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La caccia alla Folaga
Presentiamo questa nuova scheda sulla caccia pratica con vero piacere.
L’articolo è stato scritto da un collaboratore del sito Anatidi.it, Michele Boschetti, esperto cacciatore di uccelli acquatici e, da come potrete vedere leggendo il testo seguente, con una passione travolgente per la caccia alle folaghe da appostamento.

Il testo più che un articolo vero e proprio è un susseguirsi di concetti e regole imparate a proprie spese: ricordi ed aneddoti emersi dalle esperienze personali dopo decenni di caccia in padule.

Scritto di getto ed infarcito da simpatiche e caratteristiche espressioni dialettali toscane, questo mini “trattato sulla folaga” ci permetterà di avere il quadro completo di come si svolge la caccia a questo affascinante rallide.
Troverete così le indicazioni per la preparazione del chiaro e dei richiami vivi, per il tiro e la posizione degli stampi.

Buona lettura ed in bocca al lupo



“Quando uccidi la gilera la giornata non e’ nera “.
Questo è il proverbio che Luigi Bocchi, uno dei più grandi cacciatori vallivi di tutti i tempi, mi sussurra a denti stretti tutte le volte che sono nella tina con lui ed uccidiamo una folaga nell’incerta luce notturna, come se fosse di buon auspicio per l’imminente alba che tra non molto andrà a nascere, in poche parole lui mi vuol far capire che comunque vada se hai ucciso una folaga la giornata venatoria sarà di per se positiva, anche se non vedrai altra anatra di sorta, e lei rappresenterà per quella tratta tutto il nostro carniere.

La mitica folaga tanto disprezzata soprattutto per la qualità delle carni, e dalla relativa facilità del tiro, quando di giorno ti si invola dalle acque o dal ciglio, da essere considerata, da molti cacciatori, addirittura figlia di un dio minore, come ho letto in un articolo che la difendeva a spada tratta da chi la offendeva fino a questo punto.
Quel cacciatore che la pensa così, ho ragione di credere, non conosca minimamente il soggetto in questione per prendere un simile abbaglio, l’Arrigoni degli Oddi sommo ornitologo, ritenuto il nostro cacciatore di botte più insigne e competente, si risvoltolerebbe nella tomba nell’ascoltare una simile idiozia, lui che la considerava addirittura la dote della valle.

Intanto per chiarirci le idee su chi abbiamo a che fare, la folaga è di una prepotenza feroce e di un coraggio unico tanto da dar dietro a qualsiasi uccello che intende navigare o pasturare nei suoi territori, germani e volpoche comprese.
Alle insidie procurategli dai rapaci di varia specie, mentre gli sborroni dei codoni o i testoni dei moriglioni si tuffano o si involano come degli autentici codardi, lei si gira sulla schiena e li affronta con i suoi artigli che niente hanno da invidiare a quelli del predatore, ne sappiamo qualcosa anche noi cacciatori quando andiamo a raccattarla ferita a morte, i suoi graffi sulle mani possono frizzarti anche una giornata intera, per me poi in modo particolare che riesco a ferirmici anche quando la tolgo dal congelatore per cucinarla.

A proposito di cucina, mia madre quando, dopo averla fatta frollare bene, la spella e ne lava accuratamente la carne con il vino rosso ed acqua ed in fine, con l’aggiunta di tutti gli aromi che mio padre prende direttamente dal nostro orto, ci prepara il sugo per gli spaghetti, immancabilmente riesce sempre a fare il vuoto nei piatti, non è facile cucinarla, come d’altronde tutta la selvaggina, ma vi garantisco che quando invito i miei amici a cena, ovviamente in tempo di caccia, la prima cosa che mi domandano è se di primo c’è la pastasciutta sulla folaga.

A primavera nel mio chiaro, dove io caccio per una buona parte della stagione venatoria, essendo abbastanza fondo e con una vegetazione ideale, diverse folaghe durante il ripasso ci si fermano per la nidificazione e la susseguente muta.
Dal capanno a marzo mi diverto a vedere le sfide tra maschi, (si riconoscono facilmente dalle femmine perché hanno la placca bianca frontale molto più ampia che di inverno, quando per entrambi i sessi e di ugual misura), mentre le vanitose delle donzelle sciacquettano e se la tirano quasi immobili inizia la disputa tra due o addirittura tre pretendenti incaloiriti al massimo e disposti a tutto per rientrare nelle grazie di quest’ultime.
La partenza è bestiale, saliti sul ring gli sfidanti cominciano a gonfiarsi con il collo proteso e le ali modello vela, dopo diversi giri concentrici come due pugili che si studiano, il più ardito sferra l’attacco portato a petto in fuori con gli artigli tipo gallo da combattimento inferocito, se la strategia ha effetto il soccombente si precipita in una rumorosa ed indecorosa fuga accompagnata dai fischi del pubblico composto per lo più da porciglioni, il vincitore invece,dopo un breve corteggiamento, si ritira con il giusto premio nel talamo fatto di biodolo e falasco.

La nidificazione è precoce come d’altronde la migrazione, anche se nel chiaro di luglio ce ne sono ancora molte quando arriviamo all’apertura i primi di settembre, non se ne conta che qualche sporadica unità che ha ritardato molto probabilmente nella muta, ma talmente furba che se avesse lei il fucile di noi proprietari del capanno non si salverebbe praticamente nessuno.
La migrazione ha inizio già i primi di agosto, durante l’esodo, mentre le colonie di becchi piatti volano serrate, come infatti è capibile dai colori delle penne degli specchi alari che in genere brillando di colori cangianti, o anche se bianche come quelle della canapiglia risaltano comunque assai, non permettendo cosi agli elementi che compongono lo stormo di smarrirsi in caso di nebbie fitte o mancanza di visibilità anche minima, le folaghe anche in congrega volano distanziate fino ad alcune decine di metri l’una dall’altra.

Questo spiega perché in esse la specchio è praticamente assente, e spiega inoltre quando ne viene una nelle stampe e subito dopo un’altra ed un’altra ancora, può capitarti di sparare il un lasso di tempo relativamente breve anche a diverse, ecco, questi erano tutti uccelli di uno stessa branco.
Proprio per questa caratteristica che ne contraddistingue la migrazione quando richiami la fulica atra prima dell’alba e la vedi comparire con i piedi ciondoloni sulle stampe, insisti con la piva, oltre a non dargli alcun fastidio, ne puoi attirare anche eventuali altre che sono accodate a lei e possono venire di seguito, cosa ben diversa con i germani che al momento che si mettono devi subito smettere con il canto perché, o gli insospettisci, o gli fai venire troppo sotto.

Durante il transito verso i quartieri di svernamento poche sono quelle che ti avvertono con il canto del loro passaggio nei cieli sopra le paludi, anche nelle nottate di discreto flusso raramente ti capita di ascoltare il suono tanto desiderato della trombetta inconfondibile , per cui le devi richiamare in continuazione, cosa inversa invece per il ripasso primaverile, cantano tutte.
Verso la fine gennaio non c’è notte che non le senti per aria che annunciano l’arrivo della bella stagione primaverile, ecco, lì basta che tu cerchi di convincerle ciccando solamente quando le odi perché è provato che quelle mute sono rare, ed insisti, anche se dal canto sembra che si allontanino, finiscono sempre per posarsi nelle stampe a gioco morto, e zampogna unicamente a quelle in volo, le folaghe che senti nel ciglio già posate rispondono all’invito cantando a loro volta ma fino all’alba inoltrata, quando la luce gli permette di aver ben chiara la situazione, il becco dalle canne non lo tirano fuori.

Nel lago di Massaciuccoli, dove io sono cresciuto sia come cacciatore che come uomo, e dove caccio tutt’ora diverse volte durante il periodo venatorio, le folaghe e le alzavole fanno la voce grossa, essendo le più volte le uniche razze nel carniere.
Lì, la zona palustre rimasta fuori dal parco regionale è battuta da padulani completi, che niente hanno da invidiare sia nel fischio che nel tiro, ai frequentatori delle altre zone umide d’Italia che ho visto e dove ho cacciato, laguna veneta compresa.
Passionisti fino al midollo, lavoratori indefessi, gente cruda che cura poco i bollori estivi e tanto meno le strinate invernali, insieme ai miei compagni di botte, come d’altronde i padroni degli altri chiari, si inizia preparare l’appostamento già da i primi di maggio, con frullana e decespugliatore spesso con l’acqua fino al ginocchio o nella mota atroce che ti ingolla lo stivale, per dare un verso alla vegetazione che incomincia a ributtare, facendo dei veri e propri giardini palustri belli da vedere anche da chi di questa caccia non ne capisce niente.

Come devono essere recisi i bordi dei cigli, dove lasciare le canne più alte o dove toglierle del tutto, come sistemare la sbancacciata per i beccaccini di passo, sono tutte azioni fondamentali per combattere l’agguerrita concorrenza e sparare qualche fucilata in più.
A secondo di come si prepara il sito di caccia, sbagliando lo sfalcio delle cannelle o del serago già dalla prima ributtata si può pregiudicare inesorabilmente la stagione futura.
La potatura della vegetazione, come la rasatura dei dossi, viene fatta in base alle abitudini alimentari dei selvatici oppure al tipo di riparo che gli uccelli preferiscono, nel nostro caso la folaga essendo un rallide preferisce come dice Pietrino “picchiare nello scuro”, cioè il bordo ben cespugliato dove ripararsi e sfruttare al meglio il suo mimetismo, spesso accade di vederne arrivare alcune che da quanto si mettono sotto sponda non vedi che solo la scia provocata nell’acqua e niente altro.
Mentre su di un cigliettino semi affiorante, oltre che a smotrigliarci un uccello, dopo il bagno ci si può spollaiare e fare un riposino, te ne accorgi dalle penne e dalle impronte della sua presenza, questo però accade solamente se il luogo è pulito bene dalle erbe palustri.
Allora via con i capanni bassi, sottovento, mimetici come nidi di cannaiole, ristretti per massimo tre persone, infrascati con la vegetazione a stringere per essere visti il meno possibile, ma più che altro piazzati nel mezzo ad un muro di canne ben curate , con una trentina di metri sia a sinistra che a destra di detto muro molto gradito, come buttata alla folaga di passo, come all’anatide di superficie a par di germani ed alzavole.

L’inverso deve essere per il davanti del chiaro che, più è frullanato basso e meglio è, gli uccelli così scoprono prima il gioco, specialmente quando a causa dei forti venti volano bassi, a volte con la scusa di aver perso il senso della distanza si taglia fino al culo dell’altro appostamento facendo incazzare a bestia chi vi caccia, che, udendo il rumore un po’ troppo vicino, accorre trafelato per fermare le lame dei frullini nelle mani di pazzi scatenati ma con la faccia angelica di chi avrebbe voluto far tutto fuor che quella scorrettezza, oramai però la frittata è fatta e le canne tagliate, ritte, e un ce le rimette più nessuno.

La caccia specifica alla folaga, come d'altronde a tutti gli acquatici da appostamento, oggi è momentaneamente resa meno poetica e soddisfacente dal punto di vista tradizionale, da quando ci è stato proibito l’uso dei richiami vivi per via dell’influenza aviaria, essi oltre a dare più veridicità alla tesa per il loro sciacquarsi continuo, hanno il ruolo fondamentale nell’avvistamento dei selvatici soprattutto e quasi esclusivamente a buio e buietto, tanto da augurarmi in cuor mio che le ridiano il prima possibile.

Già nelle sere della luna di luglio si inizia a selezionare le anitre germanate della prima schiusa tra quelle da folaghe, quelle da uccelli e quelle da pastasciutta, le prime devono avere la cantata più continua e rimarcata oltre che la voce più grossa, le seconde il canto più interrotto e ritmato, meno acuto, ma più insistente, le terze non essendo buone a nulla, più grosse sono e più spaghetti ci condisci.

Ci sono anche quì le regole fondamentali ed indiscutibili, su come si allevano per farle essere al massimo della condizione, regole tramandate di padre in figlio, proviamo ad enunciarne alcune.

Da mangiare gli và dato solamente il granturco, spezzato o intero è uguale, verdura va bene l’insalata, guai altre porcherie come pane ammollato, pasta avanzata dal pranzo casalingo oppure frutta passata, le incalorisce ed iniziano a perdere le penne sul petto e prima di rimetterle ci vuole un bel po’.
Nel rinseraglio a governarle ci devi andare solo te, devono imparare a riconoscere la tua voce ricollegando te al pastone, al momento che gli porti il bussolo del mangime, chiamale tipo “ane, ane, ane”, il modo di salutare il tuo arrivo sarà una compiacente cantata. Questo ti verrà utile anche a caccia quando sentirai berciare quelle dell’appostamento vicino, pensando che ci sia qualcosa per aria non segnalato delle tue perché fuori occhio, dagli l’”ane, ane, ane..” a mezza bocca, chi ti dice che dopo la vociata che daranno di non veder scollinare dalle canne un uccello che vale doppio perchè rapinato di furbizia, tutti trucchi del mestiere. L’acqua nella vasca va cambiata un paio di volte a settimana, così più si lavano, più la ghiandola uropigia che si trova sul dorso dove inizia la coda, secerne il grasso che permette l’impermeabilizzazione delle penne.

Un’anatra che dopo un po’ che è legata alla pastoia, si incomincia a bagnare, molto male, inesorabilmente smette di cantare, per cui, se al posto di un richiamo non vuoi un pacco di marie, a casa falle nuotare nell’acqua pulita, specialmente a caccia chiusa, in estate.
Quando il tuo lavoro te lo permette, invece di stare al mare a giornate ad osservare i fondoschiena , inizia prima assai a preparare l’attrezzatura, non aspettare gli ultimi giorni, sono sacrifici lo so, ma vedrai che alla lunga ti vengono ripagati, se non altro evitandoti sonore giacchette da chi è stato più attento e meno vagabondo di te!
Ci vanno portate sempre, non aver paura di bagnarti o di smotarti a levalle specialmente di gennaio quando a contatto con l’acqua marmata ti si ghiaccia le manina, praticamente io metto sempre le mie anche quando vado con altri che le hanno, perché l’anatra più sta nell’acqua legata più si abbonisce, oltretutto anche te impari a conoscerne meglio la sua ragnata, da quando canta ad una bestiaccia da un uccello buono, in genere quando vola un suo simile tiene molto di più la cantata, che quando a buio un airone, o un altro volatile affine, sorvola le stampe fuori dalla nostra vista.
Se cacci frequentemente nel solito chiaro, cerca di rammentarti il posto dove andrai a mettere tutte le mattine la solita anatra, meglio è posizionare la batteria sempre alla solita maniera, le aiuterai nell’avvistamento memorizzando all’incirca da dove compaiono generalmente i selvatici, e ricordati, quando i richiami sono nell’acqua non li toccare che solo per levarli, se ti viene in mente di spostarli da un'altra parte o perché li hai messi troppo vicini l’uno all’altro, guai, non cantano più, anche con la barca una volta posizionati devi stare attento anche a non passargli vicino altrimenti si spaventano ed iniziano a tirare facendo più danni della grandine a primavera.

A fine caccia se ti trovi una pallaiata di anatre, lascia solamente quelle meglio come fattrici.
All’inizio della stagione, nel momento buono del passo, saranno i giovani che porterai nella balla alla volta della posta, essi, il primo anno saltando la muta, saranno canterini da subito, la cosa non succede con le marpione vecchie, loro a montare ci mettono più tempo, avranno modo di scendere in campo a partita avviata, quando gli uccelli terminata la migrazione, diverranno posticci, quindi smaliziati, la loro esperienza ti sarà sicuramente utile.
E’ sottinteso che le tue anatre migliori sono più sarà facile che tirire, anche questo fa la differenza tra i capanni, per cui alcune annate, a forza di provare decine e decine di richiami per avere in fondo una batteria discreta fatta di quattro femmine e tre maschi, sono arrivato all’apertura scarnificato dalle zanzare che avendo imparato il giochino, regolarmente tutte le sere che mettevo piede in capanno mi assaltavano, contente matte si vede per il gusto particolarmente gradevole del mio sangue, ma d’altronde anche queste torture rendono la caccia agli acquatici arte inimitabile ed molto professionale.

In passato, da ragazzo, invece di andare a veglia al bar, come facevano i rintronati dei miei amici, stavo a serate a parlare con Libero di Rubertone e Piero del Baglini, suocero e genero, il primo grande zampognatore e fischiatore, oltre che valente cacciatore di lago, oramai novantenne ma sempre forte come una rama di leccio, con una memoria di ferro nonostante l’età, il secondo è stato il mio primo compagno di caccia di botte più anziano di me di una quindicina di anni, da cui io ho imparato la maggior parte delle cose che ho scritto in queste modeste righe.
Scomparendo prematuramente, mangiato da un male senza scampo, ha lasciato dentro di me un vuoto incolmabile di una pena a tratti insopportabile, specialmente in quelle nottate di ottobre con vento di monte e burrasca, quando vedendolo apparire all’uscio di casa, come sempre diceva: "Se un si tira alle folaghe stasera, allora foo!".
Che il Signore protegga il tuo riposo, Grande Piero.
Dopo cena al canto del fuoco a casa sua io gli ascoltavo ammutolito, l’argomento era sempre il solito, la caccia agli acquatici, o alla tesa o a spadulare col cane, insomma la nostra passione a trecentosessanta gradi.

Si parlava di come vanno legate le anatre da richiamo alla pastoia, se sia meglio ancorate per la gamba o per il collo, delle stampe, del tale che aveva tirato all’albetta agli uccelli, di che ora andare via la prossima volta, di un riporto di Rocky, di come cantassero tutta la notte le anatre del Pazzo, di polveri e cartucce spaziali, dei tiri incredibili del vecchio breda a mollone .
Libero sostiene tutt’ora che per la gamba cantano di più, è vero che per l’altro verso tirano meno, ma secondo lui avendo provato e riprovato entrambe le tecniche l’anatra libera al collo rende meglio, sia nel movimento che nel canto, anche in questo caso non ho potuto far altro che dargli ragione.

La schioppettata per eccellenza alla gilera è mentre di notte o all’alba scura naviga nelle stampe, e proprio perché la luce è tenue se non e proprio buio, e perché ti rendi conto che potrebbe essere l’unica occasione di tutta la giornata per non rimanere a bocca asciutta, se non sei abbastanza pratico e freddo ne la pianti sotto ed addio Rosa.
Il bello viene quando lei spaventata a morte mette in moto i pedali e comincia a correre a tutta velocità sull’acqua ,e te, passato il bagliore della botta e lo sbigottimento della padella, alzi la testa e con lo sguardo la segui, ma con il fucile fuori controllo perché l’occhio non è più allineato con il mirino, sparacchi a caso imbrescando le stampe nuove di trinca, o nella peggiore delle ipotesi qualche anitra delle tue, che aveva avuto la malasorte di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Situazione ancora più atroce è quando i tuoi compagni, ripresesi dallo scoramento e la desolazione del colpo mancato, mettono mano all’artiglieria in fretta e furia unendosi a te nella potenza di fuoco, ecco, lì i danni possono raggiungere proporzioni catastrofiche in fatto di scempio di stampe ed anatre, anche di quelle che con la via di fuga non avevano niente a che fare essendo legate, poverine, da tutt’altra parte.
Quando la folaga dopo diversi giri di ricognizione fatti sul gioco sempre più stretti e più bassi, passa all’ammaraggio, non è come gli anatidi da superficie che frenano in una manciata di centimetri, oppure anche i tuffatori come moriglioni e c. che hanno bisogno si di più pista, ma mai quanto lei che si posa di petto sull’acqua facendo una scia tipo muggine, mentre per esempio l’alzavola atterra con i piedi in avanti ed a bisogno di uno spazio ristretto, per la folaga minimo gli ci vuole un metro.

Il germano o il fischione appena messo piede nell’acqua, rimane per un tempo che pare infinito incollato ed immobile, quasi sempre fuori dalla stamperia, tanto da darti l’impressione che ti avrà visto nonostante l’oscurità ed il mimetismo del capanno, la nostra amata gallina caligginosa per tutta differenza, comincia a nuotare verso la prima anatra nelle vicinanze, la quale avendo capito tutto inizia a tirare alla pastoia finche lo sguaiato rallide non si allontana, e quando da un ciuffo di stampe naviga nello spacco per andare all’altro, è il momento dar la via al piombo.
Siccome è la prima fucilata che fa i danni maggiori, non ti azzardare a mettere in prima canna una cartuccina, come fanno molti. Non è mai detto che la prima fucilata all’alba scura sia per forza ad una folaga a quindici metri, o se invece ti viene un branco di codoni fuori dalle stampe,imbalsamati che se non gli spari li, non si avvicinano mai? Cosa fai, ti metti a schiavacciare per cambiare la cartuccia?, magari facendo anche casino, levandoli pure, quante patte ti meriteresti da chi sfortunatamente è con te?

Quando si entra in capanno in sicurezza si carica l’arma, dopo si appoggia ognuna al suo posto e finché non viene gli uccelli non si tocca più se non quando, a cacciata terminata, con le dovute cautele si scarica.
Mettersi a fare casino con otturatori e cartucce o con tutto ciò che può produrre fastidi ai selvatici, prima dell’alba, è una delle cose che odio maggiormente in senso assoluto, facendomi trasformare dalla persona gentile quale generalmente sono, in un cerbero brutto e cattivo, con cui io medesimo non vorrei nulla a che fare.

Alla luce di questo avvertimento, in prima canna, ci va un bel cartuccione di 36 grammi del 5 oppure 42 grammi quando la temperatura è più rigida, tale munizione va benissimo a tutta caccia, specialmente poi per la folaga, che è una grande incassatrice, non la sottovalutare, ferita ribattila celermente, perché, guadagnato il ciglio se non hai il cane, è un uccello perso.
Io caccio con un automatico con la canna senza bindella ed indipendentemente dai vantaggi o no che può avere nel tiro a volo, in quello a poso, vedendo esclusivamente il palloccolo del mirino ben rimarcato, ti da sicuramente più vantaggi, quando decido lo punto verso la linea di galleggiamento del selvatico e schiaccio, senza indugio alcuno, più stai incannato e peggio è, più rimiri e meno inquadri il bersaglio.

Altra cosa importante, la folaga , non colpita, per un tratto del decollo, spiattella sulla superficie, ragion di più, ci se la vede chi decide di sparargli, se va via pace, meglio per lei, guai se si provasse a rincorrerla tutti, forse si potrebbe anche uccidere ma a quale prezzo, in genere col culo che ho io, ci rimetterebbe sicuramente la mia migliore anitra da richiamo.
Per riallacciarmi all’Arrigoni ed alla sua definizione di dote della valle, credo che sia dettata dal fatto che la folaga riesce a suscitare fiducia negli altri acquatici , sicuramente penseranno che se tanto c’è lei posata, sospettosa e guardinga com’è, vuol dire che si mangia e le acque sono relativamente tranquille.

Prima dell’inizio della stagione al momento di scegliere le stampe che andranno a comporre la mia tesa, quelle delle folaghe, proprio perché la vedo uguale al grande Oddo, sono sempre in numero superiore a quelle delle altre razze,e se durante il periodo di caccia le altre specie le modifico nelle unità o addirittura le tolgo, gli ultimi quindici giorni prima della chiusura il mio gioco è composto quasi esclusivamente da micci neri come le chiama Leonardo mio compagno di battaglia saltuario.
La tesa, come farla, altra cosa di esperienza e molto importante, anche questa va sistemata a seconda di dove si caccia, i venti o le condizioni metereologiche, ed il tipo di selvatici che generalmente ci batte in quell’ambiente. Il nostro amato miccetto, essendo molto gregario, preferisce più fondale e una stamperia molto fornita e disunita, modello branco in pastrurazione, mi raccomando, butta sempre gli stampi radi, piuttosto buttane meno, il perché te l’ho spiegato prima, e parti a metterli gia sotto il capanno, se viene un’uccello è sempre meglio che tu gli sgaruffi le penne, prima di sparargli al limite del tiro, magari poi lo spedisci anche, capito Paolo?!!.
Un po’ la mia esperienza, un po’ a vedere quelli sicuramente migliori di me, la stamperia a condizioni standard che io piazzo è: sulla sinistra un ovaloide di folaghe, moriglioni e qualche moretta, un bello spacco, ed a destra una punta di superficie, con in testa i codoni, poi germani e quasi al ciglio una brancatella di alzavole furbe.

Rammentati che gli uccelli da penna non amano sorvolare le stampe, anzi le scansano, motivo valido per lasciare l’acqua davanti al capanno sgombra di ogni bene, se vuoi che a volo ti rampichino il vento a tiro buono, proprio in capo, anche quando hai sparato nel branco a poso, gli scampati, puntando verso te, ti daranno l’opportunità di qualche altra bella fucilata.
Metti larghe anche le anatre e i maschi, nei pressi del gioco per dargli del vero, ma sempre ai bordi, in tempo di folaghe, con appostamenti fitti ed al limite della distanza regolare, come a Massarosa, è meglio piazzare due o tre richiami lunghi, quasi fuori vista a buietto, ma utili, cantando, abbasseranno prima la folaga che con molta probabilità si poserà nel gioco, se le metti troppo vicine alla tesa e cantano quando è poco più che sopra, ci stà che l’uccello di inerzia, smettendo di battere le ali, scivoli sull’altro chiaro, così, te gliele abbassi e quell’altro te le purga!
Questa annata venatoria da poco conclusasi, dal punto di vista climatico è stata una delle più calde che io mi ricordi, per cui le folaghe hanno anticipato il ripasso primaverile, componendo la maggior parte del magro carniere delle ultime cacciate; con Pietro, avevo stipulato un tacito accordo, le prede le avrebbe messe nel tegame tutte lui, ammesso che fossi io a sparargli, ed udite udite, levato che un paio che ho ribattuto, perché rimaste moribonde, su una trentacinquina di capi che ho fatto in sei o sette mattinate prima dell’alba le altre le ho uccise tutte di prima canna in assenza quasi totale di luna.

Che piacere, nel silenzio sacro dell’ultimo buio, ne udivi il caratteristico canto tra le fiammelle delle stelle nella lavagna del firmamento, allora iniziavi a richiamarle con il naso all’in su e lo sguardo carico di speranza, aspettandoti di veder arrivare da un momento all’altro una piccola meteora nera di schianto tra le stampe.
Quante volte una folaga mi ha salvato il boaro,dandomi la voglia di provare anche la giornata successiva, quante volte è riuscita a farmi sussultare in special modo quando posata lontano a nuoto non arrivava mai al limite del tiro utile, a lei ricollego tante delle grandi avventure vissute e che vivo nella mia quotidianità di cacciatore palustre.

Diverse sono le opere venatorie che hanno avuto tra gli attori principali l’uccello fuligginoso in questione, ma chi scrive non ama parlare dei propri ricordi, non perché siano seppelliti nel cimitero della sua memoria, o non li reputi interessanti, ma perché ognuno di noi ai suoi gli dà giustamente la sua interpretazione e valore, e non li baratterebbe con quelli di nessun altro, e scene di caccia praticata che l’autore può aver trovato entusiasmanti perché vissute in prima persona, possono sembrare addirittura ridicole soprattutto per quei gangheri che l’intensità del loro piacere è solo legata al numero dei capi abbattuti in quella data giornata.
In un momento di una tratta di quest’anno avevo le folaghe buttate verso tutti i punti cardinali della tina, a tiro pieno, mentre con Fabio parlottavano con un filo di voce sulla strategia da adottare per ottenere il massimo risultato con il minimo spreco di piombo e di eventuali stampe, mi sono fermato per un istante ad assaporare le emozioni di quell’attimo che avrei voluto interminabile.
Che estasi profonda per un cacciatore come me.

Nell’andare verso Umana, località di partenza notturna, mentre Fabio remigava verso l’approdo, io, cullato dal dondolio della barca, ripensando all’episodio sopradescritto, sono stato assalito da una sensazione strana di benessere, come se la mia persona avesse riconosciuto finalmente per la prima volta i cambiamenti interni avvenuti gradualmente negli anni, ma mai rilevati per colpa della maledetta frenesia dell’esistere quotidiano da cui siamo costantemente oppressi.
Ho avuto la certezza che la caccia, andando parallela con la mia vita a partire dalla prima adolescenza, fosse riuscita in qualche modo nel suo intento primordiale cioè, quello di farmi divenire un uomo migliore, cosa che purtroppo in ugual percorso non era certo riuscita agli altri uomini e tanto meno alle donne.

Come in un film sbiadito dell’epoca passata ho rivisto quel quattordicenne arrogante e presuntuoso qual’ero, quando con un flobert costruito artigianalmente avevo terrorizzato, per dieci chilometri quadrati dalla mia abitazione di campagna, tutto ciò che mi scappava davanti, lucertole, rogioli, ranocchi ed ogni razza di volatile notturno e diurno.
Quel ragazzo era ben lontano dalla persona che si era fermata a gustarsi l’attimo delle folaghe nelle stampe, intendiamoci, ora era sempre ben lontano l’inizio del processo di beatificazione che avrebbe portato il mio nome nel nobile albo dei cacciatori romantici, ma adesso avevo avuto finalmente la consapevolezza che, di quel folle sparacchiatore dentro di me non c’era più traccia alcuna.
Una cosa però non è cambiata dai tempi che furono, le emozioni, anche se oggi le folaghe moderne usano internet per incontrarsi, e tracciano le loro rotte migratorie con il navigatore satellitare, quella passionalità che mi assale quando le vedo navigare tra le stampe se non è più intensa di prima meno non lo è di certo.

La frase conclusiva di questo modesto trattato va a giusta ragione agli dei minori, io credo che siano talmente impegnati a partorire in continuazione gli umani, che per le folaghe dubito trovino anche il minimo ritaglio di tempo per farlo.

A coloro che per
qualsiasi ragione
mi vogliono male
[mb]



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