I racconti dei cacciatori di acquatici
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La barca mimetizzata del Martin di Giulio Martini
Correva la fine degli anni 90.
Allora la caccia sul lago di Garda veniva fatta con il barchino a pedali, quello che un tempo usavano con la spingarda, ma con i fucili visto che il "cannone" era stato vietato. Non era piu' una caccia di ricerca in giro per il lago come facevano i vecchi spingardisti.
Era stata trasformata in caccia da appostamento fisso e ce n'erano veramente molti.

Nel basso lago dove andavo io, in pratica uno ogni 400/500 metri, un branchetto di uccelli che lo sorvolava aveva solo l'imbarazzo della scelta su dove buttarsi. Ma la posizione del posto dove era situato l'appostamento, il modo di calare il gioco e le anatre da richiamo, come sempre accade facevano la differenza.
Rivalita' acerrime tra gioco e gioco, gelosie, litigi, dispetti ma anche rispetto e amicizie che durano tuttora.
Io facevo un grande gioco di circa 250 stampi calati a 250/300 metri di distanza dalla riva, in mezzo al quale ci mettevo dalle 15 alle 20 anatre da richiamo.
Era un compito che d'abitudine facevo da solo, per poter disporre gioco e vivi di testa mia, secondo il sistema che avevo ereditato da Giovanni, il barcaiolo di tante giornate sul Delta a Gorino Ferrarese.
I soci quasi sempre arrivavano sul fare dell'alba, quando gia' stavo tornando dall'aver calato i richiami e il punto di ritrovo era sulla spiaggetta davanti alla Maraschina oppure al pontile di Punta Gro. Perche' se il lago era basso eravamo costretti ad ormeggiare tutte le barche la, dove l'acqua era piu' profonda e ci permetteva il pescaggio dell'elica del barchino.

Li si stava in osservazione con i binocoli, pronti a saltare sul barchino a pedali e a partire con l'avvicinamento se si vedeva qualcosa buttarsi nel gioco. Pero', in caso di foschia o nebbia, osservare il gioco da 300 metri di distanza era difficile se non impossibile.
Quindi l'unica soluzione era partire ogni mezzora, tre quarti d'ora, con il barchino e andare in mezzo alla stamperia alla cieca, sperando che ci fosse qualcosa di buttato e di avere la fortuna di trovarseli di punta e non di fianco.
Perché se malauguratamente te li trovavi di fianco, inevitabilmente avrebbero visto il movimento delle gambe di chi pedalava e le anatre ti sarebbero saltate via lunghe o in condizioni di non riuscire a spararci.
Il motivo e' presto detto: durante l'avvicinamento si stava completamente sdraiati in posizione supina e al momento di sparare ci si sollevava sul busto, ma sempre rimanendo seduti con le gambe distese in avanti. In queste condizioni i tiri frontali ti davano una discreta possibilita' di mettere a segno i colpi, ma i laterali erano molto difficoltosi per l'impossibilita' di ruotare piu' di tanto il corpo.

Cosi' Giulietto detto il Martin (che poi sarei io) comincio' a rimuginare su come fare in quelle particolari condizioni meteo per fregarle. Ripensando alle mattine trascorse a Gorino Ferrarese su una barca mimetizzata ancorata nella sacca di Goro, lanciai l'idea: mimetizziamo una barca e la ancoriamo in mezzo al gioco! La reazione dei soci fu del tipo: "Sito mato, te te neghi. E con che barca?...E chi te cata su j'oxei?...E con l'onda? Te vien el mal de mar e te spari mal...E se ti te si la in mezzo, noialtri sa femo qua a riva?...E dopo se j'oxei i se spaenta e i va via?"

Poi c'erano le prese per i fondelli del Guido e del Lele, che dalla Lugana, dove avevano il loro gioco, ogni tanto venivano a controllare lo stato dei lavori e a far quattro risate alle mie spalle. Sta di fatto pero' che allora avevo la testa piu' dura di adesso e non mi feci scoraggiare dall'opinione negativa e scettica comune. Confidando nell'appoggio dell'unico socio del gruppo che credeva cecamente in tutte le mie idee, il povero Marco Perdoncin detto "Scaccione", si parti' io e lui, soli contro tutti, nell'avventura.
Reperita in Brema una barca finita alla deriva e con la chiglia che si era rotta contro i sassi, una Rio 400 in vetroresina, di quelle a forma quasi rettangolare, in due e due quattro la caricammo sul camioncino di Scaccione e la si porto' a Gro.
Con lana di vetro e resina in un paio d'ore di lavoro era perfettamente galleggiante.
Il giorno successivo con 12 assicelle di recupero inchiodate il telaio per il capanno era bello che fatto.
Sul telaio ci fissammo due fogli di rete elettrosaldata che andavano a sfiorare l'acqua, sulla rete un po' di mazzetti di canna e di "carezza" e a completamento 5/6 rami di bambu' belli folti.



Perfetta, era pure bella da vedere!
Tempo di realizzazione, a voler star larghi, 8 ore in due.
La prima nebbia capito' tra settimana, con tutti i soci al lavoro...meglio pensai, cosi' nessuno avrebbe avuto da obiettare se andavo ad ancorarmi la in mezzo. Entusiasmo a 1000, da Verona alla Maraschina, la macchina volava anche se si vedeva si e no a 50 metri!!
Primo giro con la solita barca per calare tutti i richiami vivi e poi, dopo averla ormeggiata a riva, via con il mio appostamento galleggiante spinto dal suo motore. Nel gioco avevo gia' preparato due bolognini per ancorarmi con uno stampo di riferimento per trovare la cima da legare a prua, in barca uno sgabello girevole tipo botte e un guadino con il manico lungo per il recupero dei morti, piu' un giubbino salvagente nel ricordo delle profezie dei soci, anzi, del socio bastian contrario.
"Martin, qualche volta te te neghi!".

Premessa doverosa: in quegli anni non c'erano i 3-4 mila magassi e morette svernanti come adesso, nell'oasi del Frassino stazionavano un paio di centinaia di uccelli, tutti tuffatori e poco o niente di altro.
Quindi le speranze di carniere sugli stanziali non erano molte, si sperava su uccelli di nuova entrata del giorno precedente o della notte, che a causa della nebbia fossero stati costretti a interrompere la migrazione e rimanere in lago.
Caxxo se mi sono divertito!! Non ne avete neanche un'idea! C'era una bella aria da sud-ovest che portava la nebbia a folate e gli uccelli, venendo come direzione da Peschiera, mi arrivavano dritti addosso!
Una chiamatina con il mio fischio a bocca e erano gia' in acqua, al massimo un paio di soffiate passandomi anche due metri sopra la testa...fantastico! Allora non avevo ancora avuto l'opportunita' di essere ospite nelle Valli importanti del Delta o della Laguna e vedermi queste occasioni con gli uccelli da qua a li' non mi sembrava vero!

Tre episodi mi sono rimasti impressi di quella giornata: una moretta di punta sbucata all'improvviso dalla nebbia che con la fucilata dallo slancio mi venne a sbattere contro il capanno e un gruppo di quattro/cinque germani che mi capitarono addosso fin che disancorata la barca mimetizzata stavo andando con il motore a recuperare un paio di morette che galleggiavano a pancia in su. Mi sfiancarono sparendo nella nebbia inseguite dalla chiamata dei richiami. In quegli anni i germani non erano comuni come adesso, li vedevamo soprattutto con i freddi di dicembre, si attendeva con impazienza i giorni tra la festa della Madonna e Natale, il momento fatidico dei sisoni, come li chiamano sul Garda.
Smoccolando per l'occasione persa, nella speranza di vederli tornare spensi il motore, ma non feci in tempo a prendere in mano il fucile che me li ritrovai ancora davanti che mi mostravano le pance a meno di venti metri. La barca non aveva ancora esaurito la velocita' di abbrivio e ci sparai alla Pecos Bill che insegue i bisonti!
Non so come, ma ne staccai due. L'altro episodio che non ho piu' dimenticato e' stato una di quelle situazioni che non si sa perché, ma ti da' l'impressione di essere osservato, mi alzo un po' dal seggiolino per spiare fuori dal capanno e tra gli stampi mi vedo tre magassi fermi immobili a non piu' di 5 metri dalla barca che mi guardano con la testa piegata. Chissa' da quanto tempo che erano li, sicuramente dovevano essersi buttati lunghi e poi mi erano venuti sotto a nuoto.
Sullo slancio delle imprese precedenti e in delirio di onnipotenza li presi un po' sottogamba, e senza aspettare che si unissero per fare una comoda fucilata in acqua per fermarne almeno due, non ci pensai tanto su e assestai una botta in acqua al maschio piu' bello. Tanto gli altri due dove vuoi che vadano?

Le ultime parole famose! Uno che mi pareva di poterlo prendere con il remo se ne ando' bello bello come il sole! Al racconto della mattinata Scaccione non stava piu' nella pelle e malediva il fatto di aver dovuto andare a lavorare.
Dagli altri soci, come prevedibile zero elogi e le solite raccomandazioni/profezie di sventura. Cosa volete, e' sempre stata la mia condanna, ognuno deve portare una croce nella vita. La nebbia successiva penso che Scaccione non avesse neanche dormito di notte dall'entusiasmo e dalla voglia di provare anche lui l'esperienza.
Le occasioni non furono meno rispetto alla prima volta, un gran bel divertimento con le morette e anche qualche bella occasione persa per quella maledetta e sciagurata abitudine di volerli fare mettere!

Come tutte le cose belle pero' fini' presto. Il Bosio, un altro che non mi aveva incoraggiato nel mio progetto, arrivo' appositamente dal Lago d'Iseo per uscire assieme, ma era "lustro" che si vedeva a 10 km di distanza.
Quindi eravamo praticamente in vetrina, sotto lo sguardo attento di tutti i cacciatori dei giochi confinanti.
Classica mattina vuota di gennaio. Sbinoccolando vedo in lontananza un uccello che passa tutti i giochi senza mai curare e punta deciso verso Peschiera. Enzo lo guarda con il binocolo: canapiglia!
Si mette a strombettare con il richiamo a bocca e questa, che ormai non la si vedeva neanche piu', incredibilmente si gira su se stessa, ripassa ancora sopra a tre quattro giochi infischiandosene delle chiamate di decine di germanate e ci arriva a coppo a tiro che e' uno spettacolo! Due fucilate all'unisono e la pignola e' nostra.
Immaginarsi l'Ernesto, acerrimo rivale del gioco a fianco, che era a riva a seguire tutta la scena e che aveva visto la pignola sfilargli due volte sul gioco per poi venire a morire da noi!
Poi piu' visto niente, a parte le solite 4 folaghe pasturone che non si facevano sparare da nessuno.
Erano furbissime, appena vedevano sbucare un barchino dalla riva in un attimo a nuoto ti attraversavano tutto il gioco e passavano in quello a fianco. E via via cosi' li scorrevano tutti. Ormai anche l'Ernesto ci aveva rinunciato, stanco di pedalare ogni volta per niente.
Se tentavi di anticipare la loro mossa e partivi in anticipo per tagliargli la strada, con un voletto salutavano la compagnia e si buttavano 500 metri piu' in la. Arrivate tra mille pericoli a gennaio, ormai sapevano leggere e scrivere.
Quella mattina pero' quel cespuglio verde la in mezzo che non avevano mai visto prima deve essergli sembrato un bell'isolotto dove andare a riposarsi. Non potevano avere un'idea peggiore!

Sei fucilate e la carriera delle quattro eterne fuggitrici, che tutti per giorni e giorni avevano tentato di prendere, era finita nella barca del Martin.
All'Ernesto, che per le folaghe era accanito alla massima potenza, questo deve avergli causato una mezza sincope.
A fine mattina arrivo' a Gro infuriato, gridando che questo non si poteva fare, che sul lago si caccia solo con il barchino, che la in mezzo gli spaventavamo gli uccelli e sotto intendendo ritorsioni se lo si fosse fatto ancora.
Lo mandai a quel paese come giustamente meritava, ma poi, per il quieto vivere e per le solite prediche di qualche socio, glie la diedi vinta.
Ma ancora oggi me ne pento e non poco.



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