I racconti dei cacciatori di acquatici
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L'oca di Santa Maria di Michele Boschetti
La vita

Giulia Corucci , detta "Giuliona", la madre di Oscare mio nonno, in paese era considerata una specie di santa, stava tutto il giorno a sgranare il rosario e cosi facendo lo diceva per tutti gli abitanti di Nodica che la consideravano, a giusta ragione, un parafulmine contro la cattiva sorte.
Morta lei oramai vecchissima il testimone passò in mano a mia nonna Rina, moglie di Oscare, una donna di una bontà straordinaria, un punto di riferimento per me ed i miei cugini. Morta anche lei purtroppo in età più giovane, l'onere è passato per l'ultima ed ufficiale volta in mano a mia madre Anna donna devota che rispetta in pieno i canoni della sua razza.
C'è un perchè se inizio questo racconto così, e dopo capirete, io stesso crescendo in questa specie di canonica, anche se a modo mio, sono sempre stato molto credente tanto da affidare l'esito positivo delle innumerevoli faccende che quotidianamente svolgo, caccia in modo particolare, ad un vecchio Crocefisso che porto sempre con me che, al momento di ereditare la casa di Oscare trovai buttato in un cassetto, capirai che scoperta, li tutto parlava di chiesa.
La caccia

Scriveva il Pascoli: "E viene Santa Maria che rende all'uomo l'arma sua lunga", cosi per onorare l’apertura di caccia il 15 di agosto come avveniva un tempo da noi, io Paolo, Alberto e suo figlio Roberto per trovare una Maria cosi permissiva siamo dovuti andare a cercare quella Rumena, la nostra è troppo affaccendata in cose più onerose e di popolo che al momento il discorso caccia è passato in chissà che piano.
Siamo partiti da Nodica il pomeriggio di mercoledi 12 agosto, in macchina, senza nessuna furia visto che dovevamo traversare mezza Europa con la convinzione di fare le cose con calma, un viaggio lungo ma che si è rivelato estremamente piacevole, sia ad andata come a ritorno, merito lo spessore dei miei compagni di avventura.
Paolo che è un grande organizzatore aveva prenotato un simpatico e grazioso hotel in Slovenia, il Mantova Hotel, dove abbiamo pernottato il mercoledi, la mattina seguente freschi e colazionati siamo ripartiti ed alle 15 del giovedi siamo arrivati a Calafat, in Romania senza quasi accorgersene tanto eravamo presi dalla piacevolezza dei discorsi tra cacciatori e dall'ammirare la bellezza dei luoghi che stavamo traversando.
Alberto altro grande personaggio ha preteso di guidare lui per tutto il tragitto dimostrando una resistenza ammirevole e, anche se faccio l'agente di commercio e guido a mia volta tutto il giorno, invidiabile.
Tra le altre cose Alberto è di casa in quelle riserve, anch’io ero presente lo scorso febbraio alla chiusura rumena, per cui l’accoglienza è stata quella riservata a dei vecchi amici non quella a dei clienti veri e propri. La dimora accogliente e pulita, gestita da due simpatici coniugi, la cucina ottima, mentre se nella passata avventura ho sentito la mancanza del latte, acqua e carne che non è suino, questa volta niente da dire dolci casalinghi compresi da inzuppare la mattina nel latte fresco di mucca appena munto.

Il venerdi mattina, giorno precedente all’apertura, siamo andati con la guida Dani a visitare le zone di caccia assegnateci, anatre ce ne erano veramente tante, l’acqua era poca a causa di un caldo torrido che come da noi durava da tempo, ma nonostante ciò la zona palustre è talmente ampia e variegata, si andava da risaie acquitrinose lunghe chilometri, a laghi poco profondi e pieni di cannelle, per fare i nostri appostamenti c’era solo l’imbarazzo della scelta anche se come cacciatori si fosse stati il doppio di quelli che eravamo, per cacciare non ci sarebbero sicuramente stati problemi di sorta.
Per motivi di praticità, visto che al buio diviene difficile fare le cose, a tavola ho proposto di andare subito nell’immediato pomeriggio a fare i capanni e preparare le stampe sul ciglio, è vero si che disturbi le anatre posate, ma è altrettanto vero che fai le cose come devono essere fatte, senza fretta ed imprecisioni, visto che il capanno ha un ruolo primario nell’esito finale della cacciata, e cosi è stato, abbiamo fatto un appostamento talmente mimetico che il giorno successivo di notte io e Paolo neanche si trovava, roba da “briai”, la povere anatre a volte venivano talmente vicine che eravamo costretti a scacciarle per tirargli.

Per l’apertura Paolo ed io abbiamo deciso di cacciare in una risaia stupenda, mezza senza canne ma acqua bassa e motriglio e mezza coperta di biodolo basso e non troppo fitto, ma con l’acqua leggermente più alta luogo ideale per anatre e trampolieri, io ne sono rimasto talmente colpito dalla bellezza dell’ambiente che ho deciso di cacciarci da solo anche il giorno successivo, nonostante gli abbattimenti ed il numero di cartucce sparate il giorno prima.
Il grande Alberto invece è voluto andare con suo figlio in un luogo simile lontano da noi un paio di chilometri, anche li avevamo visto il giorno prima un notevole contingente di anatidi alzarsi al nostro arrivo tanto da indurci a fare il capanno in questa zona simile alla nostra ma più cespugliata, scelta che per Alberto che è un signor cacciatore e per suo figlio si è rivelata estremamente azzeccata visto il numero delle anatre abbattute da un solo fucile, perché Roberto è poco più che tredicenne. Il sabato mattina finalmente abbiamo dato fiato alle trombe, il moto continuo di anatre sulla nostra testa a partire dalle prime luci dell’alba è stato micidiale, tanto che a metà mattinata paghi oltre modo di emozioni e del carniere, abbiamo deciso di riporre l’artiglieria, nonostante il transito anatide fosse ancora sostenuto e straordinariamente regolare.
Ci siamo resi conto di aver tirato bene con una grande percentuale tra abbattimenti e cartucce sparate e tutto perchè, avendo fatto un buon capanno abbiamo quasi sempre sparato a tiro bruciato, vedere e non essere visti da indubbi vantaggi per qualsiasi tipo di appostamento e caccia.

L’uniche due pecche, se proprio si vuol dire, di una mattinata straordinaria, sono state le zanzare e le cartucce. Le prime ci hanno completamente martoriato per tutto il tempo e visto che io ho cacciato nella risaia anche il secondo giorno, razione doppia. Le mangiavi, le respiravi, collo mani e faccia erano continuamente presi d’assalto, incessantemente, meno male che il continuo svolacchio ci distraeva, c’eravamo dimenticati il repellente e l’abbiamo pagata cara come dimenticanza.
Io le ho provate di tutte, anche quella di strofinarmi la faccia con la mia urina, ma niente, ne ho ingollata una che non c’era versi di mandarla giù, neanche fosse un osso, manca poco rigetto da quanto tossivo aveva voglia Paolo di darmi i colpi nelle spalle. La seconda, le cartucce, anche se hanno fatto egregiamente il loro lavoro, essendo cariate con pressioni importanti, al momento che il caldo si è fatto asfissiante se la duro a sparare sicuramente mi porto via l’arcata sopra dentale destra, rischiando dopo tutto di rimanere a bocca chiusa per il resto della gita a giudicare il gonfiore della mascella. Meno male che abbiamo trovato delle munizioni egualmente efficaci ma del piombo 7, anche se per le anatre è un po’ troppo fine, ma il fatto che battessero molto meno mi ha permesso di continuare a sparare comunque bene ed abbastanza, cosa che certamente non sarebbe accaduta con le altre. Ma veniamo al secondo giorno ed al motivo di questo mio personale racconto, come avevo detto prima, il giorno successivo ho cacciato solo perché Paolo Alberto e Roberto sono andati in un lago dove avevano visto transitare diverse canapiglie, anatra preferita da Alberto, poi io ero rimasto talmente affascinato che di buon grado ho cacciato dove il giorno prima, e facendolo per quasi tutta la stagione venatoria non ho nessun tipo di problema a cacciare solo, grazie a Dio salute compresa e cosi è stato.
Scaricati al lago i tre bandoleros, Cristi il capocaccia, mi ha accompagnato al mio appostamento, nel tragitto nonostante fosse quasi l’alba, essendo Santa Maria la festa paesana siamo passati davanti ad un locale fatiscente fatto di una baracca di lamiere con tavoli di legno dove la festa era ancora in pieno svolgimento dalla sera prima e a veder il traballio dei presenti rimasti nonostante l’ora, l’alcol l’aveva fatta da padrone.
Cristi finalmente mi ha scaricato sul ciglio ed io mi sono incamminato alla volta dell’appostamento, mentre l’orizzonte schiariva, ma ero calmo e rilassato, cosi che i metri che mancavano al capanno li ho percorsi senza nessuna fretta, se avessi perso qualche uccello, meglio per loro, io ero anche già troppo contento.
La mattinata scorreva veloce e anche se in maniera inferiore, simile al giorno prima, si, le anatre erano più diffidenti ma ce ne era talmente tante che a voler sparare, a volte guardavo in una direzione e subito dopo mi accorgevo di averne altre sul chiaro e cosi via.

Non ricordo se il giorno prima, forse preso dall’eccitazione, non me ne fossi accorto di simile fenomeno, ma a giorno fatto sulla destra verso la pianura sconfinata che porta alle sponde de Danubio, ho iniziato a sentire il classico richiamo delle oche che a migliaia dopo aver riposato la notte nel fiume, venivano a pascolare nelle secce dei campi di grano tagliato.
Le loro evoluzioni prima dell’atterraggio mi avevano completamente rapito, anche se devo confessare, e qui sono passibile di ogni insulto ed oltraggio da chi fa la caccia alle oche, che almeno io mi emoziono troppo di più a sparare ad un codone che ad un’oca, si, gli ho tirato diverse volte, ma nonostante la bellezza del selvatico lo vedo lento ed impacciato: ed ora prendetemi pure a pietrate!
Il vocio è continuato sulla pianura per diversi minuti, i branchi si susseguivano uno dopo l’altro, intanto avevo sparato altri colpi, quando rovistando nello zaino per prendere qualche altra cartuccia da mettermi in tasca mi è capitata la Croce sopracitata tra le mani.
Guardandola mi sono detto “Per tanti sei solo un pezzo di legno con un ferro attaccato di nessun valore, ma te sai che per me non è cosi” e poi proseguendo “Certo Nonno ad un fagotto strombacchiante di quelli li se ti dicessi che non gli sparerei volentieri ti direi una bugia, magari ad uno solamente ma gli tirerei volentieri”.
Dopo di che l’ho riposta nello zaino ed ho ripreso a cacciare, sapendo di non aver nessuna possibilità in merito, anche perché in tre giorni che osservavo quel luogo non ne avevo visto ne posate ne transitare, l’unica cosa più grande di un anatra era stata una coppia di maestosi cigni passati il giorno prima ed assolutamente proibiti.
Non erano sicuramente passati cinque minuti da questi miei pensieri che da sinistra ti vedo sbucare questo uccello che a colpo d’occhio identifico in un oca, ma che non ci volevo credere mai, pensavo fosse tutto fuori che il mio desiderio, non poteva essere possibile, un cigno non era, allora cos’era? Intanto si avvicinava sembrava volesse planare per posarsi addirittura, ed io avevo il piombo 7, che fare? Ero completamente imbambolato; poi lo spirito rapace ha avuto il sopravvento, ho esploso due colpi in rapida successione che sono andati entrambi a segno, ma vista la mole dell’uccello non è caduto subito ma è rimasto ad ali aperte nel suo ultimo atterraggio, rovinando nei pressi del bordo della risaia davanti a me ma distante. Sono andato immediatamente a raccoglierla portando dietro il telefono, non ero ancora convinto di aver ucciso un animale cacciabile, pensando di chiamare subito Alberto per rimediare all’eventuale casino che avessi combinato se non fosse stata un’oca, ma, arrivato nei pressi della vittima ogni dubbio è stato fugato.
Sembrava che dormisse sul ciglio, gli ho sistemato le penne di un ala per il giusto rigor mortis e l’ho portata in capanno ancora sbigottito, ho chiamato immediatamente i miei compagni e gli ho raccontato la scena, avevo bisogno di condividere con loro questa emozione.

Dopo è stato il turno di Cristi, gli ho detto che mi venisse a prendere, non avevo più nessun motivo per continuare a star li a sparare, quel luogo oramai mi aveva dato il massimo, ben oltre ogni rosea previsione.
Ho un nonno che ha i riflessi talmente pronti che neanche quel pelato del genio della lampada sarebbe stato così veloce ad esaudire un desiderio.
Grande Oscare.
Poi il pomeriggio il divertente rientro alle tortore africane, la sera la cena a base di capretto arrosto in onore della nostra partenza, il lunedi mattina l’arrivederci a presto, il viaggio ritorno, la sera l’abbraccio di Simona e le leccate di Billo...la pace con te stesso.
Roberto, Paolo Alberto
Signori chapeau!

C’è stato un momento che ho pensato di smettere di andar a caccia, ebbene si! Sono stati i dieci minuti più brutti della mia vita.


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