I racconti dei cacciatori di acquatici
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Il sogno spezzato di Paolo Bocchini
Questo racconto e' tratto dal libro "Caccia alle anatre e alle oche nel Mondo" di Gianluigi Bocchi pubblicato tra le offerte in esclusiva per Anatidi.it.
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Tante sono le sensazioni e le emozioni che si provano andando a caccia di anatre. Varcare i confini dell’Italia per fare nuove esperienze ci permette di arricchire il nostro bagaglio di ricordi che spesso ci portiamo dietro per tutta la vita.
Al di là delle belle cacciate e dei carnieri importanti, i miei ricordi sono legati anche ad altri aspetti venatori: un ambiente completamente diverso da quello che normalmente frequento, specie di anatre rare in Italia e sistemi di caccia talmente particolari da rendere la giornata un’esperienza unica.

Faceva freddo per essere il 10 marzo.
Quella mattina uscimmo dalla nostra casetta con una temperatura intorno agli zero gradi, ma sapevamo bene che con il passare delle ore il sole e il calore avrebbero preso il sopravvento. Dopo quindici minuti di strada piena di buche arrivammo alle imbarcazioni e un odore particolare ci invase, un odore talmente forte che, ancora oggi a distanza di tanti anni, se mi capita di percepirlo, immediatamente la mia mente si ricollega a quelle notti passate nel Lago di Scutari in Montenegro.
Quell’odore non era il caratteristico "profumo" della palude, ma quello certamente meno affascinante della miscela bruciata dei motori delle barche.

Il porticciolo era animato da mille luci e da tante persone che si muovevano velocemente: era l’ora in cui il mercato nero fra gli Slavi e gli Albanesi era in piena attività.
Infatti, per colpa dell’embargo imposto alla Jugoslavia da parte delle Nazioni Unite, la popolazione montenegrina era costretta ad acquistare i prodotti albanesi portati attraverso il confine che divideva il grande lago.

La traversata con il barchino, a folle velocità lungo un canale buio e nero come la pece, durò circa quaranta minuti e durante il tragitto rischiammo di finire contro un’enorme chiatta che occupava quasi l’intero canale. Il natante era strapieno di casse di banane, una delle quali finì "casualmente" nella nostra barca.
Il viaggio sembrava interminabile, ma quando lasciammo il bosco allagato per entrare nei piccoli corridoi dei canneti aperti dai pescatori di frodo, l’adrenalina iniziò a farsi sentire.

Era stato proprio grazie ai contrabbandieri che qualche giorno prima avevamo scoperto un grande chiaro circondato da canne e tappezzato di ninfee e piante galleggianti dove le anatre si fermavano a mangiare e a riposare.
Inizialmente avevamo cacciato nei canneti stando sulla barca, ma i nostri carnieri erano troppo esigui rispetto all’abbondanza della selvaggina perché le zone di pastura erano lontane.
Pertanto quel giorno decisi di appostarmi su un albero, sì, proprio in cima a un albero semisommerso visto che l’acqua arrivava alla base della sua chioma.
Era un albero senza foglie e così, dopo aver tagliato i rami centrali e quelli che potevano darmi fastidio nel tiro, mi coprii con una rete mimetica che mi nascondeva perfettamente. Sistemai tutto per bene, tutto a prova di caduta; qualsiasi cosa mi fosse scivolata nell’acqua era destinata a inabissarsi ad oltre due metri di profondità.

Il mio gioco era composto da una ventina di stampi: alcune Marzaiole sulla mia sinistra in mezzo a un bel banco di ninfee, tre Mestoloni e qualche Alzavola sulla mia destra, un branchetto di Codoni sul davanti verso il centro del lago. Dopo che il barcaiolo si fu allontanato, poco alla volta i rumori del lago e degli uccelli acquatici cominciarono a riaffiorare.

Quando il chiarore dell’alba prese forza fra i monti, provai a chiamare le Marzaiole per vedere se la giornata prometteva bene e dopo pochi secondi sentii i primi splash sull’acqua e i suoni gutturali dei maschi che fanno venire la pelle d’oca a qualsiasi cacciatore di valle.
Poco dopo l’alba, cominciò a tirare una forte tramontana, il rumore del fruscio delle canne coprì ogni altra cosa e l’albero sul quale mi trovavo cominciò a ondeggiare sotto le raffiche del vento.
La giornata di caccia rispettò le previsioni perché tanti uccelli passarono e tanti branchetti di Marzaiole vennero al gioco.
Da sopra quell’albero vidi scene bellissime: enormi stuoli migranti di pittime reali, diffidenti Morette Tabaccate che osservavano il gioco solo da lontano, passaggi radenti sui canneti di combattenti, voli acrobatici di Alzavole, file interminabili di cormorani che coprivano il cielo.
A metà mattina arrivarono anche i Codoni, che vedevamo solo raramente nei piccoli chiari. Mi sorpresero perché ero impegnato a tenere d’occhio due Alzavole posate vicino a un canneto.
Sentii il rumore delle loro ali, alzai lo sguardo verso destra e li vidi con le ali aperte che tendevano a girarmi intorno. Rimasi senza fiato!

Erano sette: cinque maschi in abito nuziale con code e colli lunghissimi e due femmine nel loro stupendo piumaggio mimetico.
Fecero tre giri intorno all’albero, avrei potuto anche tirargli, ma volevo farli posare. Erano un po’ diffidenti, anche perché per seguirli ero costretto a girarmi e l’albero oscillava troppo, così finirono per posarsi a un’ottantina di metri da me.
Rimasero per un po’ fermi a studiare la situazione, immobili con i colli dritti per cogliere il minimo rumore, mentre io, ansimando, speravo si avvicinassero.

Nel frattempo, arrivarono due Marzaiole che si posarono nel gioco. Non mi sfiorò neppure per un istante l’idea di sparare. Infatti, i Codoni, tranquillizzati da quella scena, si mossero e iniziarono, se pur lentamente, ad avvicinarsi!
Erano quasi a tiro, mentre sentivo i battiti sordi del mio cuore.
Poi, tutto a un tratto, si bloccarono alzando il collo e ripartirono verso il centro del lago. Rimasi a bocca aperta a guardarli riuscendo solo a pronunciare un prolungato "Noooooo"!!!!

Qualche secondo dopo, vidi la barca del mio compagno di caccia sbucare da un canneto: era Sandrone sorridente e tutto contento per la bella cacciata che aveva fatto.
Mentre si avvicinava, lo osservavo inebetito.
A trenta metri da me mi urlò: "Hai visto, non erano Codoni quelli?"
In quel momento esplosi di rabbia, lo coprii di parolacce e imprecazioni e non gli parlai per il resto della giornata.
Sandrone e l’altro nostro "socio" mi prendevano in giro: "Dai, che te li sognerai per un bel pezzo quei Codoni!"

In effetti me li sono sognati tante volte e ancora oggi, dopo tanti anni, è ancora vivo in me il ricordo di quell’albero traballante e di quei sette magnifici uccelli!


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