I racconti dei cacciatori di acquatici
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La prima botte nella Diaccia di Riccardo Bolognini
La mia prima botte in Diaccia non me la posso dimenticare.
Il meccanismo di assegnazione delle botti era rappresentato da un'estrazione che avveniva dopo un'iscrizione effettuata il martedi per le cacciate di mercoledi e giovedi ed il venerdi per quella della domenica.
Molto romanticamente il termine del tempo utile ad iscriversi era rappresentato dai rintocchi del campanile del Duomo che segnavano il mezzogiorno. Colui che raccoglieva le iscrizioni ed effettuava materialmente l'estrazione (che era pubblica) era un personaggio divenuto nel tempo un istituzione del padule: Aronne Rosini, un pensionato dai capelli bianchissimi, probabilmente un ex ragioniere per la precisione con la quale scriveva e teneva i registri delle giornate di caccia, nei quali risultavano i vari cognomi dei cacciatori e relativi uccelli abbattuti.

Era un uomo dai modi gentili ed educati, il quale però si infuocava ogni qualvolta veniva tirato dentro a discussioni, in genere pretestuose, dai cacciatori che non erano stati estratti. Il risultato dell'estrazione era un foglio di carta dove venivano elencati e scritti a macchina i nomi dei sedici fortunati (gli appostamenti erano sedici, di cui quattro doppi, divisi in quattro file), a cui si affiancavano quelli dei dieci spadulatori, che cacciavano in zone diverse da quelle delle botti. Questo foglio lo si leggeva in via Garibaldi verso le tredici, attraverso una saracinesca chiusa, che sembrava ribadire l'inoppugnabilità di quella sentenza salomonica.
Da quell'elenco ricordo nomi mitici per il padule, che noi giovani padulai ultimi arrivati, rispettavamo ed ammiravamo: Folco Magagnini, Aldo Mori, Fabio Bianchi, Nedo Rossi i due Toto, padre e figlio e tanti altri.

Anche le botti non erano tutte uguali: alle rinomate 16-10-3-13 se ne affiancavano altre molto meno famose come la 6, detta botte del "segone", la 5, la 2 e la 14. Queste ultime spesso venivano lasciate scoperte soprattutto nei periodi morti e dai cacciatori più esperti e quindi più pretenziosi. Non mi ricordo il periodo ma penso si potesse trattare della fine di novembre visto che l'apertura era sicuramente passata da un bel po’ (in condizioni normali, cioé di padule mediamente "allagato", la caccia cominciava per i Santi).
Quella mattina il mio nome era il primo dell'elenco: Riccardo Bolognini botte n.°1. Finalmente era arrivato il mio momento.

Nel pomeriggio sosta obbligatoria nell'armeria Gracci, luogo di ritrovo abituale dove si sprecavano racconti venatori e prese in giro di ogni genere e dove i cacciatori di ogni età difficilmente "padellavano" le loro prede. Inutile dire che noi giovani eravamo i più assidui frequentatori di quel posto ed eravamo forse le vittime più frequenti delle prese in giro dei "vecchi". Dopo essermi fatto rispiegare per la centesima volta il luogo del ritrovo ed il modo per raggiungerlo, uscii dall'armeria e sulla soglia trovai Ezio Saletti, un ragazzone un po’ corpulento poco più vecchio, il quale mi domandò se mi era "toccata": con una certa dose di inspiegabile soddisfazione e di vanità, gli risposi affermativamente. Sentita la botte lui mi rispose: "La 1 é una botte di gronda (cioè apparteneva alla fila più vicina al mare che si stendeva parallela alla pineta), stai attento, portati il siero antivipera perché ci possono essere!".
Questa affermazione mi lascio un pò interdetto: le vipere in padule? Comunque, accecato dall'eccitazione più sconvolgente decisi di ascoltarlo e passai dalla farmacia di Luca a prendere una confezione di siero antiofidico.

La sera dopo cena preparai accuratamente la mia roba: oltre al vestiario pesante, compreso maglietta e mutandoni di lana, preparai il tascapane, infilandoci un cuscinetto dell'Inter, comprato qualche anno prima allo stadio di San Siro, che doveva servire ad ammorbidire il "panchetto" presente nelle botti, notoriamente duro soprattutto col passare delle ore, un thermos di caffellatte, l'immancabile impermeabile ripiegato ad organetto ed infine il "consigliato" siero antivipera.

L'ora del ritrovo per la fila della "4" era il più posticipato visto che la strada da percorrere con il barchino era la più corta di tutte; questo non mi bastò per sfruttare al massimo le ore di sonno, infatti non chiusi occhio tutta la notte e non feci suonare nemmeno la sveglia. Preso il caffé frettolosamente mi vestii e mi misi in macchina alla volta di Castiglione; era una notte chiara con un'infinità di stelle brillanti e dall'aria pungente. Arrivato all'ultimo curvone a sinistra prima del rettilineo che portava al paese, imboccai la stradina a destra e parcheggiai la Prinz nel recinto subito sotto la strada. Ero solo, nel parcheggio c'erano solo tre o quattro macchine; mi incamminai lungo la strada segnata dal passaggio delle ruote delle macchine sul fondo sabbioso; attraversavo la pineta che lasciava intravedere il cielo stellato solo a momenti sentendo il rumore sommesso del mare alle mie spalle e respirando l'odore di pino e di salmastro. Dopo circa cinque minuti scorsi in lontananza una luce fievole di lampada a gas: era la "casetta", luogo di appuntamento per i padulai e per i "barcaioli", i conduttori dei barchini. Mano a mano che mi avvicinavo alla luce cominciai a sentire il brusio provocato dai richiami vivi, che si trovavano in una gabbia addossata alla costruzione.

Arrivato alla soglia salutai i pochi presenti: erano in parte seduti su delle panche distribuite lungo due pareti, una di fronte all'altra; un paio di figure erano in piedi e stavano armeggiando intorno al bombolone del gas che alimentava la fiamma della lampada. Dall'oscurità dell'esterno, ad un certo punto, si presentò un omaccio con dei grossi baffi che assomigliava molto più ad un brigante di altri tempi piuttosto che ad un barcaiolo; con una voce rauca e profonda che incuteva soggezione mi rivolse poche parole, chiedendomi chi ero, che botte avevo. Di lì a poco avrei saputo che era il famoso Nicchi, il barcaiolo anziano, famoso per la sua scarsa loquacità e per il fatto che spesso faceva andare a piedi alla botte numero 7, questo per risparmiare tempo e penso anche fatica, dal momento che per arrivarci il barchino doveva compiere un pezzo di canala piuttosto lungo per poi ritornare indietro a riprendere la canala principale.

Fortunatamente non era il mio barcaiolo dal momento che la mia botte era in un'altra fila. Notato sarcasticamente il notevole anticipo con il quale mi ero presentato, continuò a fare le sue cose; accomodatomi in una delle panche, cominciai a guardare gli altri cacciatori, tutte facce sconosciute e in parte rese irriconoscibile dall'abbigliamento consono alla caccia, costituito da berretti di lana grossa e giacconi pesanti dai baveri alzati a proteggere il collo. Nella stanza c'erano poche cose: in una parete libera dalle panche c'erano addossati degli stampi di riserva, su una mensola alcune bottiglie avviate, quasi sicuramente di liquore per scaldare i corpi e le anime; attaccato alla mensola con delle puntine, spiccava un immancabile calendario, da cui splendeva una ragazza ovviamente poco vestita; quella figura femminile nuda strideva non poco a prima vista in quella situazione, ma era sicuramente giustificata visto il carattere assolutamente maschio della situazione.

Gli altri cacciatori arrivavano alla spicciolata, difficilmente a coppia; ad un certo punto si parò dalla porta un cacciatore che, oltre al necessario per cacciare, portava in mano una specie di vassoio, ricoperto dalla carta di alluminio. Con il suo accento romagnolo salutò la platea: era Giorgio Brutti, di professione pizzaiolo e quella che aveva portato era una teglia di pizza, che offriva abitualmente quando veniva in botte; l'ora non era certo quella abituale della pizza, ma per educazione e con riconoscimento ne apprezzai anch'io un trancio. Quando furono arrivati tutti i cacciatori della fila della 12 e della fila della 16, i due gruppi si congedarono da noi, ognuno dietro al proprio barcaiolo e sparirono nel buio.

Ultimata anche la mia fila (quella della 4), fummo chiamati dal barcaiolo, un ometto basso dall'età imprecisabile ma non giovane: si chiamava Geremia, non era cacciatore bensì pescatore e bazzicava le canale del padule anche lui da diverso tempo. Presa in spalla la balla delle"nane" ci guidò in fila indiana verso il padule. Avanzavamo silenziosi in fila indiana, ognuno chiuso nel suo giaccone ma con la mente già nella botte. Passammo vicino al vascone del Fornaciari da dove si levavano le trombette delle folaghe. Arrivati ad un ponte di legno che superava un canale largo e profondo, Geremia scese a prendere il barchino che era assicurato ad un pilastro del ponte da una catenella di ferro; a noi ci fece incamminare lungo l'argine del canale fino alla partenza dal canale stesso di una canala più stretta che ci avrebbe portato alle botti.

Il momento della salita sul barchino fu un momento critico, perché a causa della chiglia piatta l'imbarcazione ondeggiava pericolosamente sotto il peso della persona. Ci sistemammo a coppia su due pancali, faccia a faccia, mentre il barcaiolo si mise in piedi a poppa e cominciò a "stanghinare" lentamente. Nel tragitto io ed i miei compagni di caccia scambiammo poche battute, a voce bassa quasi da confessionale per non rompere il silenzio che ci avvolgeva, solamente accompagnato dal rumore leggero dello scorrere del barchino sull'acqua e dal ritmico "affondo" dello stanghino. Ogni tanto il silenzio veniva interrotto da qualche canto di tarabuso e dal frullo di qualche uccello dai chiari vicino alla canala. Dopo poco tempo sulla sinistra rispetto al nostro senso di navigazione si aprì un chiaro piuttosto grande: era il mio, quello davanti alla ”1”.

Entrammo nel chiaro col barchino, Geremia mi portò dapprima alla botte dove, dopo aver attaccato il tascapane ad un gancio di ferro, mi calai utilizzando il panchetto come scalino; dopo andò a tendere le anatre, una a destra, davanti alla tesa dei grossi, una a sinistra a destra degli stampi piccoli. Il gruppo mi sfilò davanti lentamente, augurandomi un "in bocca a lupo" fra i denti; subito dopo scomparvero allontanandosi nella canala.

La botte, insieme alla 7 e alla 8, era una delle poche che "guardava" Castiglione, essendo tutte le altre girate verso il mare, cosicchè il mio orizzonte visivo era caratterizzato dalle luci tremolanti del paese e più alte sulla destra le luci gialle in circolo di Poggio Ballone.
Mentre controllavo nella scarsa luce del chiaro la disposizione della tesa, mi venne in mente il siero antivipera che avevo nel tascapane e solo allora ebbi la conferma che Ezio mi aveva preso per i fondelli. Aggiustai l'impagliatura della botte, facendo in modo di avere una buona visuale da sedere e nello stesso tempo di essere il più possibile coperto.

All'albetta cominciò la tensione massima innescata dalle fucilate esplose da altre botti e amplificata dal fruscio di ali di un branchetto di uccelli che mi passò dietro, senza poterli vedere a causa del cannucciaio alto che avevo subito alle mie spalle.
Improvvisamente una piccola saetta scura entrò di punta nel chiaro e con una manovra repentina si buttò alla tesa dei barazzoli; la germana da richiamo lasciò andare un "ragliata"da far accapponare la pelle; il nuovo arrivato cominciò silenziosamente a navigare verso il centro del chiaro;mentre distinguevo bene la scia che lasciava dietro di sé nell'acqua immobile, non riuscivo distinguerne bene la sagoma, visto che si copriva nell'ombra riflessa delle colline di Castiglione. La fortuna volle che l'uccello navigò fino a fermarsi in una zona rischiarata dal riflesso delle luci; fu cosi che lo mirai, trattenni il respiro e lasciai andare una fucilata mortale.

Il corpo senza vita galleggiava a pancia sopra nell'acqua e piano piano, sospinto da una bava di vento che si alzò all'alba fu sospinto fino al margine del chiaro. Verso le sette e mezzo, a giorno fatto, un germano mi traversò davanti proveniente dalle file alte; volava abbastanza alto e quando vide il chiaro e la tesa piegò decisamente a sinistra; mi rintanai dentro la botte cercando di non perdere il contatto visivo col il selvatico il quale si abbassò progressivamente all'inizio del chiaro ed andò a buttarsi fuori dalla tesa di destra ad una quarantina di metri.
La nana lo guardava senza emettere sillaba, lui guardava la tesa e quindi verso la botte senza spostarsi di un centimetro; io ancor di più accovacciato nella botte, con il cuore in gola e le tempie che mi pulsavano velocemente, cominciai a tormentarmi nell'inevitabile dilemma che spesso affligge noi cacciatori, soprattutto quelli di padule: "Gli tiro o non gli tiro? Sarà troppo lungo?". Memore delle volte passate in cui in situazioni simili avevo deciso di aspettare fino a veder partire l'uccello indisturbato, decisi di tirargli. Sparai con la seconda canna del sovrapposto Beretta, quella più strozzata: dopo la fucilata, l'uccello ferito cominciò a sciaguattare agonicamente nell'acqua e trovò la pace eterna quando lo ribattei. Con i due uccelli morti nel chiaro non potevo stare fermo ad aspettare il barchino, quindi superata l'incertezza dovuta al non sapere quanto era fonda l'acqua nel chiaro, uscii dalla botte e lentamente recuperai le prede. Ricordo che quando vennero a riprendermi, Geremia mi domandò quanti ne avevo morti ed io risposi con orgoglio mostrando gli uccelli attaccati allo strozzino.

In tutti gli anni che io ho frequentato la Diaccia sono tornato solo un'altra volta alla "1" d anche quella volta ho ucciso due fischioni facendo coppiola su di un branco che mi strusciò sul chiaro.
E’ quindi una botte che ricordo con affetto...a parte le vipere!


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