I racconti dei cacciatori di acquatici
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Il Pazzi di Antonio Bigini
Quindi se lì si parlava di caccia e di donne, sicuramente quello era un luogo giusto per scoprire nuove storie del nostro Capitano. Attento però, se andavi per parlare ed ascoltare eri tranquillo ma se ti sedevi sulla poltrona girante, occhio…lui tagliava il tuo crine a memoria e discuteva a viso aperto con gli avventori, senza tante storie.

Così ti ritrovavi rapato ben bene e guardandoti allo specchio capivi subito che per un bel po’ non avresti più beccato. Ora se qualcuno si lamentava di quel taglio a uno, il Pazzi gli diceva: “ O ragazzi se siete brutti, un c’ho mia colpa io “...e va bene, va be...

Gli avventori del locale avevano un loro comportamento fatto di gesti abituali e ritmi forzati : “ due colpi di spazzola guardandosi allo specchio, smorfie sulla faccia, voce roca a voler far l’omaccio e via a sparar...“.
Quel coiffeur conoscendoli bene, sapeva che i più sparavano a vuoto. Altri ascoltavano in silenzio.
Il Pazzi oramai trasferitosi in pianta stabile al Paradiso, un giorno che andai a raparmi mi narrò di quella notte che il Capitano e Oscar Troca furono invitati per una cacciata agli acquatici sul lago Gusciona.

I due dopo aver steso alcuni stampi neri come il babao e magre anatre dal manto permeabile, si sistemarono all’interno delle consuete botti, attendendo con apprensione l’arrivo di creduloni uccelli.

Non ci sarebbe più dovuto essere il vino in quelle botti, ma almeno due fiaschi fecero compagnia ai due impavidi cacciatori della notte.

I due cominciarono il duello tesi e incordati.
Il terrore di non essere all’altezza della situazione nemmeno gli faceva sbattere le palpebre e così gli occhi dopo un po’ dolevano e le orecchie drizzate più dalla tramonta che dai berci delle canarde cominciavano a fischiare arie sconosciute.
Il Capitano che cominciava a cedere alle lusinghe di Morfeo risvegliatosi all’ improvviso a causa di un buonprò partito al Troca che a stento cercava di digerire il salacchino della sera prima, fulmineo scaricò quel Franco di un fucile su una presunta preda.
La tapina si intravedeva agonizzante sul pelo dell’acqua.

Oscar Troca smarrito apostrofò: “Io vorrei sapè dov’hai tirato” ed il Capitano “Ora lo vedrete ” e salito sul barchino partì per il recupero dello stecchito.
Arrivato il Capitano subito intuì che aveva fallito, l’anatra aveva un bel sasso legato al piede, aveva vilmente ucciso un’ anatra delle sua.
Oscar iniziò a bestemmiare ed al Capitano non rimase che appellarsi al friend fire.
Oscar tenne una lunga e stancante lezione sull’arte venatoria a cui il Capitano dovette assistere suo malgrado in silenzio.
Ma la sorte si sa è imprevedibile.

All’improvviso le umide anatre berciarono, più dal freddo che per i nemici in vista. Troca passato di legge al comando intimò al Capitano di non toccare lo schioppo e di non fare capino.
Dopo aver mirato e rimirato le calme acque del lago Gusciona , aver cambiato otto volte di fila le cartucce del vecchio doppiettone orecchiuto, dando la preferenza ora alle gialle e dopo un po’ alle verdi, lasciò partire una ciarda all’indirizzo del presunto nemico.
Si voltò verso il Capitano e sentenziò :“ Ora si caro mio che si fa la pastasciutta”.
Il Capitano avvilito salì sul barchino e penetrò le buie acque fino al giustiziato.
Oscar Troca tutto gongolante e in apprensione voleva conoscere subito che varietà di anatra aveva cilindrato e allora : “ Un sarà mia un mestolone- è guà - o un fischione – mah - a me pareva bello ”.
Il Capitano afferrata l’anatra per il collo sentì una certa resistenza data dalla pietra al piede e così a pieni polmoni rispose all’indirizzo del vecchio Troca : “ Avete voluto pareggià e un volevate mia perde ”. Mentre il Capitano ritrovò la sua serenità, il vecchio Oscar Troca si chiuse in se e fino a casa farfugliò con un filo di voce.
Oscar Troca dopo aver riposto le sparute anatre nel pollaio, fatto una leggera colazione a base di carnesecca e vino, si buttò sul letto fino all’ora di pranzo.

Al desinare la moglie che non voleva passare da bischera gli disse “ Oscar ma quei due uccelli che avete preso te e quell’ altro imbarcato o di che razza erano?” Lui a occhi bassi e con voce rauca per via delle sigarettucce inalate nella notte, rispose: “ Eran della razza che un mi devi rompe e oglioni ” e lei con fare malizioso : “o un era meglio se rimanevi a letto” . I due si sorrisero come si usava a quei tempi.
Subito dopo la donna servì al suo prode un corettuccio al cognacche.

Il Capitano ed il Troca, dopo pranzo, fecero la solita uscita al Big Club della Gianna e tennero banco raccontando di centri impossibili ottenuti grazie alle affidabili cartucce di Siemme confezionate personalmente dal Troca.
Tanti ascoltavano così per arrivare all’ora di cena e altri scuotevano il capo conoscendo bene l’abilità venatoria di quei due tipi.
I più scettici risultarono essere i signori Ala Bindo e Giovanni Leccone.
I due lasciarono il Big Club verso sera...è proprio vero le giornate son pizziotti.
Percorrendo a piedi il tratto di strada fino alla corte dove il Capitano aveva lasciato la moto, Oscar proferì: o ruffolato nella sportina e non ho trovato la zampogna, un sai mia che fine ha fatto.

Con gli occhi bassi il Capitano rispose: ho schiacciato la cannetta col culo e subito continuò in sua difesa : però onestamente ve l’ avevo detto quel giorno alla Fiera che mi pareva un po’ deliata.
Oscar si diresse verso l’uscio di casa rismoccolando e voltandosi all’ indirizzo del vandalo, finì: con le trombette di fero ci vendano e gelati sul mare. Il Capitano salito sul quel simpatico Orsetto ratto, ratto sparì nel buio.
Io ritengo di essere una persona gentile per questo cercavo di guardare negli occhi il Pazzi mentre lui raccontava e tagliava, si sa per un fatto di educazione.
Alla fine della storia lo ringraziai infinitamente, dicendogli anche che ero in debito. Ma appena mi tolse l’asciugamano dalle spalle, come fanno i barbieri più convinti che tentano di emulare gli scultori intenti a scoprire i loro capolavori, con il cuore in gola buttai un furtivo sguardo allo specchio, ingollai il rospo, pagai e uscendo dissi: “Pazzi siamo pari”.
Salii sulla mia freccia d’argento e mi diressi verso casa. Era maggio poco prima della festa ed era una stupenda giornata di primavera. Volevo tenere per me tutti quei profumi che mi circondavano, anche se a dire il vero ogni tanto arrivava il tanfo delle conserve nodichesi.
Comunque mi fu impossibile fare scorta di quei buoni odori.

Quel Pazzi usava irrorarti il collo di talco come si fa col pandoro nel sacco e così dopo quella funzione, tra starnuti e sito nel naso, per un giorno un sentivi più niente.
Arrivato a casa la nonna Gilda mi diceva: “o nini come stai bene, sembri più grasso e che bel profumino hai” e io: “Via nonna o un lo vedi che m’ ha rovinato ” , dopo l’alzavo e gli facevo vola, vola.
Mi ritiravo nella mia camera, mi buttavo sul letto e ascoltavo un po’ di musica su una specie di stereo.

Mandavo i Rolling Stones e sognavo… ma dopo un po’ si affacciava la nonna e diceva : “O nini o un l’ abbassi quel chiasso ”, ma quale chiasso gli rispondevo.
Lei chiudeva la porta sorridendo e soprattutto rimanendo della sua idea a proposito del famoso gruppo di capelloni.
Sognavo che a breve ci sarebbe stata la festa di maggio, quella della guidona e delle torte con i bischeri.

Sarebbe stata una bella festa con tanta gente venuta dai paesi vicini, tante facce nuove e forse anche con le danze a conclusione della bella festa.
E allora sognavi facili conquiste… ma all’improvviso ti tornava in mente che da poco eri tornato dal Pazzi...ma proprio vicino alla festa ci dovevi andare.


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