I racconti dei cacciatori di acquatici
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La chiusura della caccia di Fabio Felici
Non ho potuto né voluto disattendere l’invito del mio amico Mauro a fare l’alba di chiusura al suo appostamento fluviale posto in un’ansa del fiume Nera, così preparo tutto l’occorrente e metto la sveglia.

Riesco finalmente a chiudermi il cancello alle spalle e mi avvio verso l’ultima alba della stagione a circa un’ora di macchina da casa. Il freddo è pungente, tutto sereno e purtroppo non tira un alito di vento, auspicato alleato nelle giornate serene per nutrire qualche speranza in più sul movimento dei nostri beneamati uccelli d’acqua.

Raggiungo il mio amico all’approdo della sua barca, carichiamo tutto e ci avviamo verso il capanno come sempre ricchi di speranza verso l’ultima cacciata di stagione. Una volta sistemato tutto finalmente entriamo nel capanno a gustare quei momenti di attesa in rigoroso silenzio per cogliere anche il più piccolo segnale della presenza di uccelli.
fI fi fi fi....Il sibilo di un volo di Canapiglie insuffla una buona dose di adrenalina nei nostri corpi e i sensi, impazziti nella vana presunzione di vedere nel buio pesto, alimentano le sensazioni assetate d’incontri. L’alba piccola è alle porte e mentre ci comunicavamo la speranza che non sparassero troppo presto nella laguna posta più a valle, sentiamo la prima scarica. L’attenzione è alle stelle, così come quei due branchetti di Canapiglie che, al rumore delle fucilate, decidono di lasciare la laguna sfilando alte sopra il nostro capanno in direzione dell’oasi, nella diga posta un paio di chilometri più a monte nel corso del fiume.

L’adrenalina non scende anche se le speranze scorrevano via col tempo mano a mano che il giorno ci veniva incontro senza accompagnare altri voli. D’un tratto avvistiamo una coppia di fischioni che puntano dritti al gioco, purtroppo silenzioso data l’assenza dei richiami. Lasciamoli fare vediamo, suggerisce Mauro, certo sono alti penso tra me, compiono un giro in quota e decidono anche loro che l’oasi e’ senza dubbio il posto migliore dove andare, per cui senza scendere di un metro si lasciano guardare diretti verso la loro tranquillità. Un poco pentiti di non aver provato il tiro a candela quando ce l’avevamo sopra commentiamo che è meglio un fischione salvo che uno morto inutilmente, magari vanificando un recupero dopo una ferita leggera. Si affaccia il sole da dietro la collina e degli uccelli nemmeno l’ombra anzi sembrava che la stagione avesse anticipato di un giorno la chiusura: il silenzio regnava ovunque.

Mentre cerchiamo conforto nel rituale panino e cioccolatini vari PIRI’ – PIRI’, un canto lontano di un’alzavola arriva fioco alle nostre orecchie: agguanto il binocolo, provo il richiamo e mi metto a cercare scandagliando il cielo così stranamente libero e deserto, quando finalmente scorgo il volo di un branchetto di quattro alzavolette che entrano nel corso del fiume circa 500 mt più a valle di noi, ma puntano la parte opposta alla ricerca di un angolo tranquillo. Do ancora fiato al richiamo quasi senza speranza dato che il branchetto sparisce dietro il curvone del fiume in direzione della laguna.

Ci guardiamo con Mauro inghiottendo la sensazione amara degli spari uditi in laguna, accenno di nuovo il richiamo non volendo lasciar cadere la speranza ed ecco il miracolo, dal curvone del fiume appare, credo l’unica superstite del piccolo branchetto che, come un missile, guadagnava metri verso di noi. Uno sguardo frugale con Mauro e la tacita intesa avvolge l’attesa: eccola eccola, accortasi del gioco per un attimo blocca le ali a una cinquantina di metri davanti a noi ma la memoria delle fucilate fischiategli accanto poc’anzi prevale all’istinto della buttata, scarta un poco di lato offrendoci il fianco e si dona. Il rumore è stato di una sola fucilata ma, davanti al capanno, erano due i bossoli che galleggiavano. Ci abbracciamo entrambi felici e corriamo alla barca per sbrigarci al recupero della preda che, veloce si allontanava portata dalla corrente. Il sorriso che illuminava i nostri volti era come quello di due bambini all’ingresso del paese dei balocchi e tornando al capanno ringraziavo il destino di avermi donato quell’attimo mentre, felice e ammirato, lisciavo le penne del maschio in livrea. Al rintocco di mezzogiorno decidiamo di arrenderci all’evidenza dei fatti: raccogliamo tutto, sistemiamo la barca e già avvolti da un leggero alone di malinconia ci avviamo verso l’approdo.

Grazie a quell’alzavola e poche altre anatre del solo gennaio e grazie anche alla condivisione senza la minima competizione dell’intimità della nostra passione, il legame con Mauro è senza dubbio l’embrione di una bella amicizia. Saluti e convenevoli anticipano il mio viaggio di ritorno che, solo con i miei pensieri, affronto non senza malinconia per una stagione che lasciava ormai spazio ad una lunga attesa. Il tempo cambiava mano a mano che mi avvicinavo a casa, qualche goccia di pioggia sul parabrezza della macchina inevitabilmente riporta i miei pensieri a becchi piatti e zampe palmate. Penso alla mia cagnolina dall’insolito nome: MELA che ho dovuto lasciare a casa, mancano 15 giorni al suo dodicesimo compleanno e i ricordi che mi legano a lei scorrono veloci insieme agli ultimi chilometri di strada che mi separano da casa. Piove ormai insistentemente e finalmente decido: basta, mi rifocillo un po’ e poi riesco di pomeriggio sul fiume e la chiusura la faccio col cane, è il minimo, glielo devo.

Riorganizzo la cartucciera prendo la mantella e via in macchina verso la sponda di quel rigagnolo che, per rispetto ai doni che mi ha sempre fatto, lo chiamo fiume. Manca poco alle quattro quando dopo aver parcheggiato la macchina e infilato gli stivali libero il cane, piove fitto anche se a piccole gocce e, frequenti folate di grecale spingono l’acqua sul viso per niente infastidito data la consapevolezza di quelle ultime 2 ore di caccia della stagione. Certo, la speranza era quella di trovare in pastura i germani ma mentre camminavo constatavo che anche un solo beccaccino avrebbe allietato sia me che il cane. Arrivato a circa la metà del percorso non avevo visto nulla se non un paio di gallinelle sorprese a mangiare che con non poco fragore scappavano sulla sponda opposta in cerca di riparo tra i rovi, non consapevoli della noncuranza da parte mia e del cane che andavamo cercando ben altro, poi, sparare una fucilata significava vanificare le speranze di incontri più importanti. Il fiato sospeso nel silenzio fino all’ultimo metro utile ma niente, il fiume era deserto e nelle rimesse abituali dove rinomate pasture erano a disposizione non c’era nulla.

Mi piazzo a bordo fiume nei pressi di una grossa edera che grazie al vento fungeva per me da riparo dalla pioggia, manca poco alle cinque, chiamo il cane e decido di aspettare la sera per la posta alla calata in pastura dei germani e dato che non mancava poco, mi rilasso col fucile a tracolla riesumando ricordi della passata stagione che mi avvolgevano in una sorta di calore, dandomi sollievo dal freddo che, con l’acqua, si faceva più pungente e mentre assorto pensavo ad eventuali incontri….. CHERE CHERE CHERE da dietro le mie spalle sento un germano cantare all’atto di sorpassare il fiume dove aveva deciso di calarsi in pastura. Sentirlo e vederlo è stato un tutt’uno, un bellissimo maschio mi aveva sfiorato a pochi metri per andare a prendere il vento necessario alla posa.
Mentre prendo il fucile senza staccargli gli occhi di dosso gira la testa e mi guarda ma non so se ha fatto in tempo a realizzare, che già la cagnola l’aveva in bocca per uno di quelli che nei miei ricordi sarà per sempre un fantastico riporto di chiusura.

Una lacrima solca la mia guancia destra mentre abbraccio il mio cane, felice di esser nato cacciatore, allargo la mantella e con cura ripongo quell’ultimo germano nella cacciatora, raccolgo i bossoli e guardo l’orologio: sono da poco passate le cinque, decido che è inutile aspettare la sera chiamo il cane e mentre gli occhi al cielo ringraziano, silenzioso e sorridente mi avvio sulla strada del ritorno.


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