I racconti dei cacciatori di acquatici
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Un sogno proibito: le ultime Marzaiole di Aldo Berardi
Mi trovavo nel Lago di Lesina ospite di Renzo e Sergio per trascorrere l’ultima settimana di caccia prevista dal calendario pugliese nell’ultimo anno nel quale fu permessa la caccia fino al dieci di marzo. In Romagna la caccia era già chiusa sin dal vent’otto di febbraio da ben due anni! Il mercoledì mattina avevo catturato una coppia di codoni, strappati al limite del tiro, in quanto dopo tre giri concentrici attorno al gioco non avevano dato cenno di credere meglio agli stampi.
Il giovedì avevo preso due bellissimi maschi di fischione in piena livrea nuziale, che avevano “fatto” molto bene curando il gioco e posandosi di prima alba nella buttata; li avevo fermati con un unico colpo a fermo.

Il venerdì mattina, che avevo dedicato a fare la spesa nel paese di Lesina, mi fermai a parlare nella piazza municipale con alcuni cacciatori romagnoli, i quali mi riferirono che il ripasso era completamente fermo e che si erano viste pochissime marzaiole fino a quattro o cinque giorni prima, assieme a qualche codone e a qualche pittima.
Tutti insieme cercammo di dare una spiegazione al fenomeno: visto che il vento dominante sul versante adriatico era ancora quello proveniente dai quadranti nord occidentali e che la temperatura era ancora relativamente fredda, concludemmo unanimi che senza pioggia e senza vento di scirocco o di levante non ci si poteva aspettare nient’altro.

Al ritorno mi fermai alla masseria di Vincenzo per ordinare le mozzarelle di bufala, che avrei prelevato la domenica verso la tarda mattinata, prima di intraprendere il viaggio di ritorno a casa.
Arrivai alla casetta in riva al lago e riferii le “nuove” ai due amici che si trovavano intenti a controllare e a ripiegare una rete a tramaglio. C’era rimasta solo una giornata di caccia consentita ed era la domenica.

Mentre Renzo e Sergio optarono per dedicarsi alla pesca in riva al mare con le reti a tramaglio, io decisi di impostarmi all’alba del sabato senza fucile, al solo scopo di poter verificare se c’era nell’aria qualche volo di uccelli nuovi di risalita , ma anche quell’ultima alba non riservò sorprese.
La sfiducia era enorme, ma dal momento che non si poteva fare altro se non attendere l’ultima alba di marzo, fui preso di colpo da un anelito interiore e decisi di andare ad impostarmi alle dieci di sera e di fare la notte, per poi lasciare il posto a Sergio, che si sarebbe impostato all’alba, mentre io nel frattempo avrei dormito per alcune ore prima di affrontare il viaggio di ritorno, guidando.
Il sabato pomeriggio gli amici tornarono dalla spiaggia, mostrandomi una decina di cefali che avevano catturato, tutti più o meno della stessa pezzatura e sui tre etti ciascuno.

Si stava avvicinando la sera e gli ordini del tempo non accennavano ad alcun cambiamento. Io accesi il fuoco nel camino, usando delle pigne secche che, come è noto, sono di rapida combustione e sprigionano dalle proprie braci un piacevole odore di resina.
Durante la cena gli entusiasmi venatori si affievolivano sempre di più, lasciando il posto a discorsi imperniati sul viaggio di ritorno.
La cena fu squisita: i cefali appena pescati e cucinati non avevano nulla da invidiare ad altri pesci più pregiati, tanto erano compatte, delicate e squisite le loro carni bianche, che si sposavano molto bene con l’amaro contorno di “cicorione” e con le fette abbrustolite del pane pugliese.
Dopo cena facemmo i lavori domestici e i preparativi delle valigie e suppellettili da viaggio; mentre i due amici si recarono a dormire, io mi preparai per affrontare l’ultima notte di marzo.

Sergio, dopo essersi coricato in camera, mi chiamò e mi disse che sarebbe arrivato verso le cinque per darmi il cambio, affinchè potessi coricarmi; decidemmo che mi avrebbe svegliato sulle undici, dopo aver raccolto gli stampi e riposto nella rimessa i battelli.
Dopo aver messo nello zaino un thermos pieno di caffè assieme ai fischi, al binocolo ed alle cartucce, presi fucile ed ombrello da pastore, uscii di casa, non senza aver prima prelevato dal serraglio le anatre germanate, che posi in un sacco da portare a tracolla.
Dopo aver percorso circa duecento metri arrivai sulla riva del lago; tutt’intorno imperava una quiete piatta e calma, tanto che riuscivo perfettamente a sentire il rombo di un’auto e lo stridio di una saracinesca, entrambi provenienti dall’abitato di Lesina, che si trovava sulla riva opposta.
Girai alla mia destra verso l’appostamento e quando arrivai dirimpetto allo stesso, salii sul battello; gli stampi erano già calati dalle albe precedenti, per cui posizionai solo le anatre da richiamo.
L’acqua del lago sembrava lattiginosa e ad ogni colpo di paradello si sprigionava una scia, che appariva quasi fosforescente.

Riposizionai il battello a riva e poi, stivalando, mi diressi verso il cassone. Erano le ventidue e trenta ed ero piazzato per affrontare quella che sarebbe stata l’ultima mia cacciata di notte e l’ultima mia cacciata primaverile.
La visibilità era chiarissima al punto che, sulla mia destra, non faticai ad individuare, ad occhio nudo, un lampeggiante blu, che scorreva in direzione nord lungo l’autostrada, la quale si trovava sulle colline di Poggio Imperiale ad una distanza di cinque o sei chilometri e forse più.
Caricai il fucile con cartucce del tipo tre con piombo del sette, più che sufficiente per sparare nella penombra della notte ed estrassi dallo zaino la collana dei fischi, per cominciare a richiamare con il verso del codone maschio e del fischione, sia maschio che femmina.

Era già trascorsa più di un’ora e non avevo visto niente; contrariamente al germano che “paciava“ in continuazione, le due anatre non facevano alcun verso di cantata, ma rispondevano solamente al loro maschio con un semplice e isolato “qua, qua”.
Nel frattempo erano sopraggiunte le ventiquattro e ad un certo punto riuscii a vedere, con l’aiuto del binocolo, la sagoma di una barca che si stava dirigendo verso di me, seguendo un tragitto in ombra, a ridosso della paranza di reti che attraversava il lago.

Cominciai a pensare che fossero le guardie venatorie e man mano che la barca si avvicinava, le anatre da richiamo allungavano il collo, pur restando immobili, quasi volessero vedere, anch’esse, la sagoma dell’intruso. Feci subito i miei calcoli e pensai che se mi avessero sequestrato gli stampi, la cosa non mi avrebbe preoccupato più di tanto, ma la mia “terzella” di anatre dovevo recuperarla e salvarla. Mi convinsi che ce l’avrei fatta e corsi immediatamente al battello; recuperai la prima anatra che infilai nel sacco con la balza ed il peso, così pure la seconda, ma quando stavo prendendo il germano che avevo messo in testa al gioco, sentii una voce con accento locale, che proveniva da quella barca, dire: “ Paisà….., non tenete paura, sono un pescatore...”
A quel punto mi rizzai in piedi sul battello e a colpi di paradello mi diressi verso di lui, che continuava a trovarsi in aderenza alla paranza, distante un centinaio di metri da me. Arrivato presso di lui, mi chiese una sigaretta e mi spiegò che era venuto a prelevare il pesce rimasto imprigionato dalle chiocciole e infilatosi nei cogolli. Affermò che di li a poco sarebbe arrivato un fortunale, tanto che anche i suoi fratelli avevano deciso di non uscire in barca per andare a pescare nella loro zona di mare abituale, che si trovava di fronte alla foce del Fortore. Aggiunse che aveva deciso di partire dalla fine della paranza, cosicché, nel caso fosse arrivata la tormenta, si sarebbe trovato più vicino a casa. Gli chiesi come poteva immaginare un così concreto mutamento del tempo e lui mi rispose che l’aveva previsto il Bollettino dei Naviganti delle ventitre, che avevano ascoltato i suoi fratelli.
Mi salutò dopo che aveva prelevato un po’ di pesce e si allontanò velocemente, spingendo sui lunghi remi, che erano fissati su appoggi esterni alla fiancata della barca.

Posizionai di nuovo le mie anatre da richiamo e tornai a piazzarmi nel cassone. La piatta e la calma imperavano ancora su ogni cosa, il cielo stellato però veniva invaso, di tanto in tanto, da corpi nuvolosi, che in quota si muovevano abbastanza velocemente, provenendo da scirocco. Mi alzai in piedi un attimo e scrutai con il binocolo lungo la paranza di rete, ma non riuscii più a vedere la sagoma del pescatore.
Passarono ancora una decina di minuti e cominciò a spirare una brezza mite e leggera, che proveniva anch’essa da scirocco; l’aria subito sembrò diventare più dolce ed in quel momento guardai l’orologio per capire a che punto della nottata mi trovavo: era ormai l’una.
Il cielo si copriva sempre più di nubi ed iniziò a spargersi nell’aria una finissima pioggia, che sembrava quasi nebulizzarsi.

Le anatre cantarono in modo congiunto e serrato e tutto ad un tratto vidi in mezzo agli stampi tre o quattro marzaiole, che sfioravano con le zampe l’acqua e sparivano nello scuro simultaneamente, per cui non ebbi il tempo di ragionare e neanche di impugnare il fucile, tanto fu veloce il loro comportamento.
Cominciai a scrutare con il binocolo per accertarmi che non si fossero buttate fuori dal gioco, ma non riuscii ad intravedere nulla.
Nel frattempo il silenzio era stato interrotto dal leggero moto ondoso dell’acqua, quando ad tratto sentii con nitidezza il verso dei maschi di marzaiola: mi resi conto che erano al largo, anche se, ripuntando il binocolo nella loro direzione, non riuscii ad inquadrarli. Potei solo ipotizzare che si trovassero ad un centinaio di metri dalla punta del gioco, sulla mia sinistra, in quanto il vento che mi spirava quasi in faccia, mi trasportava il loro canto sommesso.
All’improvviso ed in maniera violenta il vento rinforzò al punto tale che, nonostante davanti al cassone ci fosse il frangionde, le onde che sbattevano contro di esso venivano sollevate e spruzzate all’interno del cassone stesso. Aprii l’ombrello in modo da riuscire a ripararmi da quegli incessanti spruzzi.
Anche la pioggia acquistò consistenza, fino al punto di trasformarsi in un acquazzone.

Cominciai ad impressionarmi, ma poi, ragionando, decisi di restare, riparandomi con l’ombrello che tenevo appoggiato ai bordi del cassone, in quanto il pensiero che dopo un paio d’ore avrei dovuto cessare per sempre la caccia del ripasso, era più forte di qualsiasi altro sentimento (si sapeva già che la nuova legge, di imminente emanazione, avrebbe vietato questo tipo di caccia). Tutto sommato dei pericoli non ne correvo: l’unico inconveniente concreto che poteva presentarsi, era quello di inzupparsi e di bagnarsi, ma il forte stimolo per quella improvvisa apparizione di marzaiole di poco prima, mi faceva superare qualsiasi ostacolo.

Ormai erano giunte le tre e le condizioni del tempo persistevano, quando, all’improvviso, la pioggia ritornò a cadere fine e nebulizzata, mentre il vento bonacciò quasi completamente, trasformandosi di nuovo in una piacevole brezza di scirocco.
Chiusi l’ombrello nel momento in cui le nuvole si stavano rompendo e tutto per incanto il tempo tornò come era poco prima del temporale.
Le anatre da richiamo sbattevano frequentemente le ali, dopo essersi immerse con la testa e con il dorso: dal loro atteggiamento potevo capire che il peggio era ormai passato.

Ad un tratto i richiami fecero una cantata e subito nella buttata si adagiarono tre marzaiole, cosicché mi affrettai a mirarle e con due colpi le fermai. Mi alzai soddisfatto e riuscii ad intravedere che fuori dal gioco, ad una trentina di metri, un branchetto di circa venti individui aveva staccato, spaventato dai miei colpi. Decisi di non uscire per recuperare le tre marzaiole che avevo abbattuto, in quanto il vento le avrebbe sospinte a riva, anche se spostate lateralmente sulla mia destra. La decisione fu più che azzeccata, dal momento i richiami cantarono di nuovo in maniera serrata, preannunciando un branco di marzaiole di circa una trentina, alcune delle quali si buttarono nel gioco, mentre altre continuarono a sfarfallare in modo disordinato fra gli stampi. Non sapevo più che fare, quando ne intravidi due che uscivano dal gioco di vogata, le mirai e le infilai con un colpo, mentre con gli altri due colpi sparai ad alcune marzaiole che si incollonavano proprio davanti a me e che avevo inquadrato bene, in quanto si trovavano nella zona in cui la visibilità era più chiara, perché rifletteva nel buio il chiarore delle luci di Lesina. A quel punto sparai e mi sembrò di averne colpite almeno una.

Avevo scaricato il fucile e per tutta l’estensione del gioco era un pullulare di marzaiole che saltavano via.
Ebbi appena il tempo di ricaricare il fucile, che nella buttata se ne posarono una decina, accostate l’una all’altra in uno spazio di soli due metri: le inquadrai nel mirino e sparai nuovamente, fermandone cinque con due colpi a fermo ed una nell’alzata.
Fu un incessante passaggio di marzaiole, che la burrasca spingeva dal mare verso il lago e secondo i miei calcoli, nel volger di un’ora, ero convinto di averne prese ventidue. Ma quante ne erano venute veramente? Cento, forse anche di più, senza contare quelle che ad occhio nudo, nell’oscurità, non ero riuscito a vedere e quelle che si erano buttate lontano dal gioco.
Solo pochissime avevano curato e creduto al gioco nella dovuta maniera: la maggior parte avevano toccato l’acqua ed erano poi saltate via, sfarfallando disordinatamente fra gli stampi.

Erano ormai giunte le quattro, quando udii dei passi dietro di me nella fanghiglia della riva: era Sergio che, svegliato dagli spari, era venuto ad impostarsi quasi un’ora prima del previsto, in quanto non stava più nella pelle. Mentre mi aiutava a raccogliere le marzaiole lungo la riva, gli raccontai con molta euforia cosa mi era successo, perché non mi era mai accaduto che nel volgere di un così breve lasso di tempo mi fossero venuti al gioco tanti uccelli , anche se in maniera disordinata e per una decina di volte, senza contare quanti ne potevano essere passati fuori dal mio campo visivo. Gli spiegai che il Lago “criccava” pieno di marzaiole. In pochi minuti le raccogliemmo tutte e le contammo: erano ventiquattro; le deposi in un sacco di iuta, che tenevo sotto la poppa del battello e mi accorsi che ce n’erano due in più rispetto a quelle che pensavo: molto probabilmente non mi ero accorto di averle colpite. Senz’altro queste ultime erano state ferite mortalmente ed erano cadute fuori dal mio campo visivo, venendo poi a riva sospinte dal vento.

Sergio era carico al massimo e mi spiegò che nell’alba e nella levata le marzaiole avrebbero tenuto un atteggiamento più confidente con il gioco, curando lo stesso correttamente. Grazie alla sua esperienza di cacciatore delle Saline di Cervia, mi spiegò che di notte le marzaiole, contrariamente alle altre anatre, hanno un atteggiamento più imprevedibile e meno confidente, ma nella mia circostanza lo erano state ancora di più, in quanto indispettite dall’improvvisa burrasca.
Ero quasi arrivato a casa che sentii Sergio sparare tre colpi. Avrei avuto voglia di ritornare indietro, ma dovevo riposare per alcune ore prima di affrontare il viaggio di ritorno alla guida dell’auto.
Arrivai in casa, ricoprii la tavola con fogli di giornale e sopra vi allineai quell’indimenticabile bottino di marzaiole, composto da diciotto maschi e sei femmine. Che soddisfazione!!! Mi coricai e dormii profondamente.

Venni svegliato da Renzo che entrò in casa dopo che, assieme a Sergio, avevano raccolto i giochi e portato nella rimessa i due battelli per mezzo di un carretto.
Erano le dieci e trenta del mattino, saltai dal letto a castello ed uscii incontro ai miei amici, curioso di conoscere come si era svolta la caccia dopo che me ne ero andato. Sergio era un po’ amareggiato, perché aveva catturato sei marzaiole, due delle quali mentre io stavo rincasando e quattro nell’alba.
Renzo, che si era impostato nell’altro “cuccio”, aveva preso una marzaiola a ridosso dell’alba, due codoni nella levata e tre mestoloni poco prima di smontare il gioco ossia verso le otto e trenta del mattino.

Per non apparire troppo autoreferenziale, pensai dentro di me, evitando di fare commenti a voce alta, a tutte le marzaiole che nella notte avevano volato in quello spazio di tempo così circoscritto.

Accidenti suona la sveglia, è l’ora di alzarsi per andare a lavorare.
Noo, è stato solo un sogno, un fantastico sogno di primavera.
Oramai la straordinaria bellezza della caccia primaverile agli uccelli acquatici è conservata solo nella mia mente.


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