I racconti dei cacciatori di acquatici
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Ricordi di un marzo (ovvero Marzaiole) che fu di Stefano Simeoni
Il racconto di Stefano Simeoni è stato già pubblicato su un numero di "Caccia & Conservazione", rivista ufficiale dell'ACMA.


Sembrano ormai lontani, più ancora della realtà, i tempi in cui si poteva andare a caccia almeno fino al 10 marzo; spersi nella notte dei tempi, quasi dell’epoca dei dinosauri, quelli in cui ci si spingeva fino al 31 marzo.

Ogni marzo che arriva, anno dopo anno, rivivo lo stesso rammarico di non poter godere in momenti di caccia attiva i profumi di marzo, il canto delle allodole che salgono a cerchi concentrici fino al paradiso, il tepore del sole marzolino o l’umido delle giornate di scirocco e di pioggerellina (quando era impossibile, o almeno così ci piace ricordare!, non vedere tanti uccelli per il padule o sul mare), l’essere testimoni dell’inizio ufficiale della migrazione di ripasso.

Ogni anno, dalla fine di gennaio in poi, si stava sempre in attesa della prima pittima, del primo combattente o, meglio ancora, della prima marzaiola, vista o sentita avvistare da qualcun altro, con la febbre che iniziava subito a salire.

Ogni anno ci si rifaceva con i ricordi a quella famosa volta in cui il tempo, il vento, la temperatura erano proprio quelle di oggi e...“come mai non si vede nulla?”!! Oppure, semplicemente, in ogni giornata di caccia vuota ci si ricordava che quel tal anno si era vista la prima marzaiola il giorno X, per cui si poteva pur avere il diritto di sperare, soprattutto se ci si trovava in un giorno più avanzato di quello! Ma sempre troppo presto era!

Non si tratta certo di un record nazionale, ma per quanto riguarda le esperienze del mio gruppo familiare, la cattura più anticipata di una marzaiola, tre per la precisione, avvenne l’ 8 febbraio 1969 alla “botte di mare” del Lago dei Monaci, attuale Parco Nazionale del Circeo (tempi preistorici quindi!).

Per quanto riguarda il mio record personale possiamo passare al 10 febbraio 1985, epoca militare. Mi iscrivo per il sorteggio alla Diaccia Botrona (la stagione di caccia era divisa in più periodi in cui ogni socio aveva diritto ad almeno una cacciata) ed è facile nell’occasione essere estratti, anche se è domenica, visto che non ci sono ancora nuovi arrivi in padule e gli uccelli vecchi sono ormai “professori”. Ho in sorte la botte n. 9, non male in questo periodo, anche se uno preferisce sempre avere la 3, la 10 o la 16. Il tempo è variabile, la temperatura non fredda; c’è un leggero levante. All’alba mi passano da dietro 2 alzavole come saette: non faccio neppure in tempo ad emozionarmi o ad imbracciare; a smoccolare un poco, invece, si. Non passano 5 minuti che mi passano da destra sugli stampi 4 oche selvatiche, cosa mai successa in vita mia, in particolare quando erano cacciabili. Mi consolo pensando che se fossero state contemplate dal calendario venatorio, sicuramente non mi sarebbero mai passate a tiro, ma lo avrebbero fatto prima a qualcun altro!

Una scarica verso mare: alla botte 3 cade 1 codone femmina, un’altra femmina e 2 maschi se la scampano. La botte in cui mi trovo mi consente di spaziare molto perché si trova in mezzo al quadrello e le cannucce iniziano più nel mezzo del padule. E poi con il mio Swarovski non sfugge niente, come qualcuno mi diceva ridacchiando.
Alle 8 e 5 (ho il brutto vizio di annotare anche l’orario nelle mie note di caccia) mi sembra di sentire qualcosa, diciamo lo “screcolio”, lo “sgranellare” di un maschio di marzaiola. Impossibile: sarà il solito brutto scherzo del periodo, quando si comincia a sperare nelle marzaiole fin dall’inizio di febbraio ed ogni “scricchiolio”, persino una ranocchia ci danno l’illusione di sentirne il canto. Invece sono 3, vengono da destra, sono veloci, ma stanno venendo dirette: senz’altro rallenteranno, si poseranno tra gli stampi, una in acqua e due a volo, bella tripletta: sono o non sono uccelli buoni, freschi, appena arrivati? Neppure per sogno! Della serie “mai vendere la pelle dell’orso” con quel che segue: le 3 marzaiole, neppure fossero vecchie alzavole svernanti nella Diaccia da ottobre, di quelle che ti sanno dire il numero di ciascuna botte del padule, si allargano, passano oltre gli stampi, al di là della fine del chiaro, lunghe, non impossibili, ma lunghe.

Lo sgomento si trasforma in rabbia, in imprecazioni contro la sfortuna (mai viste marzaiole, senz’altro le prime in zona, smaliziate in questo modo): il sogno che mi ero architettato in quei pochi secondi passati tra l’aver sentito cantare il maschio e il vederle tutt’e tre scorrere oltre gli stampi, infranto! Confesso: è solo perché si trattava di marzaiole che, per rabbia, ho tirato una fucilata. Incredulo vedo cadere, stracciato, un maschio! Un pallino in testa, uno di quei pallini fortunati per i quali incitavo mio padre a tirare ai branchi di storni (dei quali da ragazzino, prima della passione per la caccia agli acquatici, ero innamorato, non so perché) che talvolta passavano alti mentre eravamo ad allodole. Potrete quindi capire il mio sgomento quando, convinto di trovarla morta, non la vedo affatto intorno a me! Comincio a pensare di averla ferita, di aver avuto l’impressione di vederla cadere stracciata perché colpita alla base dell’ala, per cui a quest’ora chissà dove sarà, approfittando del mare di quadrello che ci circonda. Non è possibile: perdere un uccello abbattuto mi dà sempre fastidio, ma proprio con la prima marzaiola, la prima dell’anno anche in Diaccia?! Inaspettata per tutti; nessuno mi crederà, visto che il passo è fermo, e ironizzerà sul fatto che sicuramente si trattava di un’alzavola! Lascio sulla vegetazione un fazzoletto per segnare la zona in cui stavo cercando, torno alla botte, riprendo visivamente il punto in cui avevo marcato il punto di caduta, riacciuffo un filo di speranza perché mi sembra che stessi cercando troppo vicino e mi allontano di altri 10 metri rispetto a prima: siamo a 40-45 passi e, leggo sui miei appunti, che emozionante sensazione rivedere quel color cinerino, che non vedevo da un anno, delle ali aperte della marzaiola adagiata su un ciuffo di quadrello!

Alle 9 e 20 si vedono altre 5 marzaiole alte che si internano nel padule (verrò poi a sapere che sono andate a rallegrare la botte 16).
Si rientra coi barchini e poco prima della confluenza della “canala” della fila delle botti 9-12, la nostra, con quella delle botti 1-4 si vede il barchino di quest’ultima fila con il buon Renzo Fedi come nocchiero che urla “marzaiole, sono arrivate, le ho viste!”. “Tu le hai viste, ma io l’ho presa!”, gli faccio eco. “Ma dimmi un po’ se un romano deve venire a prendere la prima marzaiola”, con quel che segue e che potete immaginare!

Ma c’è un altro ricordo che mi è rimasto ben fissato nella mente e nelle mie sensazioni emotive con le marzaiole protagoniste e non si tratta, come nel precedente caso, di chissà quale carnieri, cosa che con questa specie e nel mese di marzo avanzato non era così improbabile; i ricordi più forti mi si sono impressi per episodi inaspettati, per le prime marzaiole dell’anno.
E’ il 15 febbraio 1984, perciò un anno prima. Apro la porta di casa che dà in giardino e uno schiaffo di aria gelata mi colpisce immediatamente: ma che vado a fare in padule? E’ periodo di marzaiole, non di germani dell’Immacolata.

Arrivo a Ladispoli, sono il primo e almeno questo mi fa tirare un sospiro di sollievo: mi potrò mettere nel punto migliore, nel mezzo del chiaro centrale. Scarico tutta l’attrezzatura dalla macchina, indosso gli stivali tipo scafandro, mi carico di fucile, sacco di stampi, anatre vive e relativi mezzi mattoni di zavorra, capanno di cannucce e relativi paletti di alluminio per l’intelaiatura, binocolo, borsetta con i fischi, borsa con la colazione: insomma, uno zombie!

Scavalco l’argine esterno, creato “cortesemente” da scarichi abusivi di terra, mattonelle e detriti vari, muovo i primi passi nell’acqua e sento scricchiolare, non sciacquare: ghiaccio. Sicché, di nuovo: “ma dove vado e a far che?”! Dopo tre passi un tuffo al cuore mi fa ricredere: marzaiole, ma non un semplice, isolato e singolo “crrr crrr”, quanto il canto, misto tra maschi e femmine, di un branchetto. Bellezza della caccia con le sue continue contraddizioni alle previsioni, nel bene e nel male!

Il ghiaccio, dove l’acqua si alza, non c’è più, per cui con lentezza ed il massimo silenzio sistemo gioco e capanno, ma mancano ancora 2 ore e mezzo all’alba! Da una parte non vedo l’ora che arrivi, dall’altra voglio godermi il più possibile questa incredibile solitudine con la compagnia del canto delle marzaiole intorno, perché, sorpresa ancora maggiore, si sentono cantare da ogni parte.
Ogni mezz’ora che trascorre senza vedere nessuno arrivare, sono pervaso dall’illusione di farmi una cacciata coi fiocchi senza disturbo alcuno. Illusione, appunto. Appena mezz’ora prima dell’alba, quando cioè ormai di solito non arriva più nessuno visto il tempo necessario per arrivare al posto prescelto e preparare la tesa, ecco una, due , tre, macchine e ancora. Il loro arrivo con il chiarore dei fari squarcia il buio della notte giunta alla fine, ma squarcia anche le mie speranze.
E’ tutta gente dell’ultimo minuto, di quella per cui mi è sempre venuta voglia di invocare la licenza per tipo di caccia (cioè se non hai scelto la caccia agli acquatici non puoi venire a rompere le scatole, appena il periodo si fa buono, con tutta l’ignoranza degli improvvisati, a chi ha patito giorni e giorni senza vedere una penna). Si piazzano ai bordi dei chiari, senza stampi, uno mi si mette proprio davanti, a 50 metri, ovviamente troppo vicino e mi fa imprecare, ma solo dentro di me (non è proprio l’ora in cui potergli urlare), visto che sono lì dalle 3 di notte a prendere freddo, ma per fortuna si sposta 50 passi a sinistra; un altro mi si piazza a sinistra, su un arginello, sempre troppo vicino per i miei gusti, tanto che nel corso della mattinata mi impedisce di sparare ad una marzaiola che si era posata, neanche lo sapesse, esattamente in direzione, per poi allontanarsi di navigo, mantenendo la stessa direzione e portandosi fuori tiro. Mentre scrivo mi viene da pensare a come mai fui così fesso da non alzarmi per farla partire e poterle quindi sparare in tutta tranquillità. Acqua passata.

Questa gente mi ha rotto il giocattolo che avevo ideato durante la notte. Addio sogno di far girare gli uccelli per tirargli quando è il momento “doc”. E’ sicuramente gente del posto che ha avuto la fortuna, evidentemente, di vedere queste marzaiole il giorno o la sera prima, martedì, silenzio venatorio, decidendo quindi di venire a fare un rapido “spollo” in palude, dove non erano mai andati in tutto l’anno, maledetti loro! In palude senza stampi, a tirare a qualcosa che capita per caso, vicino o meno vicino che sia: uno scandalo, una rabbia atroce, una sfortuna indicibile. Ma queste marzaiole non potevano arrivare durante la notte, all’insaputa di tutti e premiare giusto un pazzo come me che non ha mollato neppure in un periodo così negativo?
Sento qualcuno sciacquare per prendere posizione all’interno del padule, sento qualche marzaiola cantare in volo, disturbata. Poi silenzio: tutte via? No, si sente cantare ancora alle mie spalle. Meno male. Le anatre da richiamo cominciano ad intensificare le loro “ragnate” all’alba incipiente: mi vedo già con l’immaginazione un branchetto che crede e si “mette” tra gli stampi. All’alba ancora scura mi si posa una marzaiola femmina, ma non sparo perché ora se ne sentono parecchie e anche vicino (tanto per questa singola c’è sempre tempo, penso): mi guardo intorno, ma non vedo niente (c’è parecchia vegetazione).

Decido di prendere il binocolo per vedere se in questo modo si scorga qualcosa, ma, maledetta decisione, sparano a sinistra, la marzaiola parte e non faccio in tempo a posare il binocolo e a prendere il fucile. Comincia male, ma ormai me l’aspettavo vista la gente intorno che certo non avrebbe rispettato l’unica persona che si trova seriamente a caccia. Me ne passano comunque altre due da dietro: vista la situazione non posso certo fare il poeta che attende la curata al gioco; purtroppo non cade niente. Mi viene quasi voglia di tornare a casa: la giornata è veramente rovinata. Speriamo che se ne vedano ancora altre a giorno, con la gente andata via a lavorare.
Ne sento alcune cantare in volo a destra, nel buio, dalla parte opposta dell’alba: riesco a scorgere solo tre frecce che sorvolano il chiaro, a tiro, ma impossibili da sparare con qualche speranza di risultato.
Altre due mi sorprendono, complice una mia indecisione, ma finalmente riesco a rompere il ghiaccio con una femmina. Sono passati solo 10 minuti dall’inizio dell’alba, ma molto intensi.
Più di qualche fucilata viene esplosa in più occasioni da questi fantasmi giunti poco prima dell’alba. Forse sarebbero state tutte occasioni per me!

Si vedono altre marzaiole nel corso della mattinata, in particolare fino alle 10 e 30, anche un branchetto di una ventina, che sta arrivando in ala sul lancio del volantino, io col cuore in gola, ma il disturbo intorno è troppo.
Si vede anche il primo combattente, che mi passa a tiro, ma me ne accorgo tardi perché sto seguendo il volo di una coppia di marzaiole.
Sul mare si vedono alcuni branchetti di marzaiole e codoni. Insomma: è la classica prima, agognata “spruzzata” di passo.

Ci ero capitato con fortuna, nessuno lo sapeva o poteva prevederlo, potevo godermela da solo. Tornare a casa con una decina di marzaiole sarebbe stato molto probabile, salvo padelle. Non ci voleva che questa mini palude fosse a portata di occhi di gente di passaggio del tutto casuale (una strada, non ricordo se fosse già asfaltata, le passava a pochi metri). La giornata si conclude quindi, malinconicamente, con una padella (già descritta), altre 3-4 occasioni disturbate dai “colleghi” ed un altro colpo di sfortuna, che frutta solo la seconda ed ultima marzaiola: era ancora presto, le 7 e 10, quando mi abbasso nel capanno per districare la corda del volantino che si era impigliata intorno al calcio del fucile; sento cantare le anatre del gioco, mi sollevo un poco per guardarmi in giro, ma non vedo nulla, falso allarme; eppure la cantata era “a buono”; torno all’incombenza del volantino, quando sento cantare, questa volta, delle marzaiole, che non ritengo affatto vicine, ingannato dalla mia posizione acquattata nel capanno; mi alzo un po’ più di prima e ne vedo partire 4 dal mezzo degli stampi (cosa naturalmente mai successa fino a quel momento, né accaduta dopo: le solite coincidenze negative della caccia!): si stanno posando nuovamente 60-70 metri più lontano quando canta ancora l’anatra migliore che ho: le marzaiole si risollevano in volo e tornano agli stampi: tre mi vengono benissimo, forse potrebbero fare un altro giro per posarsi, ma con il disturbo intorno è meglio non fidarsi: cade un maschio, il fucile si inceppa, la quarta marzaiola parte dal mezzo degli stampi. A casa, via a casa! Ma me ne andrò solo dopo pranzo. Meno male: ora non possiamo neppure pensare a sperare di vivere queste sorprese ed evviva per tutte quelle volte in cui abbiamo tentato fino in fondo, quando ci era consentito.


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